Wagner-mania a Palazzo Fortuny

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Nella mostra di Palazzo Fortuny che celebra il bicentenario della nascita di Richard Wagner, una ricca serie di opere, schizzi, bozzetti, cartoline, caricature raccontano di un’epoca, il tardo Ottocento, caratterizzata da una vera e propria Wagner-mania.

Il compositore tedesco incarnava perfettamente la figura del genio. Oltre a comporre la musica delle sue opere, ne scriveva i libretti, disegnava i costumi, progettava le scenografie e decideva dell’illuminazione, realizzando così quell’opera d’arte ‘totale’ (Gesamtkunstwerk) che cerca una perfetta sintesi e armonia tra le diverse arti.

Questo rapporto tra arte e musica stimolò gli ambienti artistici ed intellettuali di tutta Europa. In Francia fu soprattutto Baudelaire a riconoscere la modernità della concezione wagneriana.

Nell’arte, la nostalgia romantica per le saghe e le leggende, la lotta tra il bene e il male, la figura femminile, angelica e demonica, s’inserirono nelle correnti simboliste dando luogo ad una vera e propria moda.

In Italia da Previati a Sartorio, da Zecchin a Wildt, da Ugo Valeri a Mario de Maria, furono molti gli artisti affascinati dai temi di un mondo antico pervaso da un sentimento per il magico, l’arcano, l’esoterico.

Venezia fu la città dove la ricezione del wagnerismo fu la più forte, e Mariano Fortuny, spagnolo di nascita ma trasferitosi con la famiglia a Venezia in giovane età, il suo rappresentante più appassionato.

In mostra è esposto l’intero ciclo wagneriano di Fortuny, 46 dipinti, più numerosi schizzi e bozzetti, che l’artista dedicò alle opere di Wagner: Parsifal e la sua ricerca di redenzione, Sigfrido, le Ondine figlie del Reno, le fanciulle-fiore, i cavalieri del Graal, i cantori di Norimberga evocano un mondo di sogno, dove anche la pennellata veloce e sfrangiata di Fortuny accentua la dimensione onirica.

Il poliedrico Fortuny, oltre ad essere artista, fotografo e couturier era anche scenografo. Proprio assistendo a numerose rappresentazioni delle opere di Wagner a Bayreuth, insoddisfatto dei fondali dipinti e dell’illuminazione, fu stimolato a studiare nuovi modi per illuminare il palco. Sviluppò un metodo che rimandava i fasci luminosi da superfici colorate così da illuminare la scena passando da un caldo rosso, ad un tono oro, e ad altri colori, a seconda dei momenti salienti del dramma. Più tardi svilupperà anche una copertura a cupola, poi brevettata a Parigi e di cui in mostra si vedono i disegni originali e il modello.

Wagner amava Venezia per la sua straordinaria capacità di unire alla spettacolarità teatrale diurna, il senso del mistero che la velava di notte, quando la bellezza delle sue architetture e dell’arte non erano più visibili e il suo orecchio di musicista coglieva i rumori dell’acqua, il candenzato ritmo del remo, le poche voci che salivano dalle calli. Non è un caso che proprio a Venezia ci fu la massima ricezione della sua opera; il magico mondo wagneriano in qualche modo si connaturava con la città che a quell’epoca era vista come un luogo fuori dal tempo.

La presenza in mostra di opere di Kieffer, Tapiès e Bill Viola testimoniano che la fortuna wagneriana non è limitata ad un periodo storico e che l’eredità culturale lasciata da Wagner, la sua musica, l’idea di un’arte che unisca le altre, è cosa viva.

Da non perdere il video realizzato con fotografie di luoghi wagneriani a Venezia, dell’epoca in cui il compositore era in città.

Il wagnerismo nelle arti visive in Italia,
Palazzo Fortuny, Campo San Beneto, Venezia
a cura di Paolo Bolpagni,
8 dicembre 2012 – 8 aprile 2013

 

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21. febbraio 2013 by contemporary venice
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