Visioni a corto raggio: Venezia e il turismo di massa.

Foto da: Gruppo25aprile.org

Foto da: Gruppo25aprile.org

Negli ultimi mesi le discussioni sul turismo a Venezia sono un continuo ripetersi di luoghi comuni e purtroppo veri.

Ventisette milioni (stimati) di turisti all’anno sono causa di tensioni e di problemi che una piccola comunità come quella veneziana (55.000 residenti) fa fatica ad affrontare.
I vaporetti sono strapieni e i tempi di percorrenza lunghissimi perché ad ogni fermata entrano ed escono molte persone.
La città è sporca; mucchi di immondizie abbandonati di giorno e di notte attirano ratti sempre più grandi e più temerari; le calli sono ricoperte da migliaia di cicche di sigarette gettate a terra come se la città fosse un immenso posacenere.
Si cammina tra masse di turisti spesso frastornati che si fermano in mezzo alle calli e sui ponti, dimenticando che questi non sono percorsi da luna park ma luoghi di passaggio. Dimenticando che a Venezia esiste una comunità che vive, lavora, ha appuntamenti, scadenze e impegni da rispettare come nelle altre città.
Venditori abusivi di borse, di rose, di copriscarpe da pioggia, di ombrelli, di grano (nonostante sia proibito dar da mangiare ai colombi) si moltiplicano, specie nelle zone più centrali, soffocando ancora di più gli spazi già ridotti.
Guide turistiche improvvisate, che non hanno familiarità con la città, bloccano con supponenza i passaggi.
E poi ancora: motoscafisti abusivi senza assicurazione, bed & breakfast non dichiarati, intrattenitori di ogni genere pronti a vendere anche l’anima di Venezia, che portano i turisti negli ultimi luoghi di rifugio dei residenti: una corte fuori mano, un angolo dove i bambini giocano tranquilli. Ci si può scordare le panchine nei campi dove una volta facevamo quattro chiacchiere; ormai sono occupate da turisti esausti cui hanno detto che a Venezia bisogna perdersi per divertirsi. A Venezia, a quanto pare, si viene per divertirsi come se si fosse, appunto, in un grande luna park.


Un’associazione – una delle decine nate negli ultimi mesi pronte a vendere qualsiasi cosa a turisti inconsapevoli e talvolta ben disposti nei confronti delle più grosse cretinerie – recentemente ha proposto come vera esperienza della città la dragon boat e la houseboat, note barche della tradizione veneziana.
La città percepita e vissuta come luna park la si misura nei giorni di pioggia, quando i canali sono intasati di gondole. Fino a venti- trent’anni fa la maggior parte dei visitatori sarebbe andata a fare una visita, pure veloce, all’Accademia, oppure a vedersi il Tintoretto a San Rocco, o a guardare gli eleganti negozi e le botteghe artigiane. Ora invece, persino con il diluvio non si può rinunciare al giro in gondola. Pare che altrimenti non si sappia che altro fare, a Venezia.
Per non parlare dell’acqua alta: con i copriscarpe fluorescenti, ridanciani turisti affrontano 10 cm d’acqua facendosi un selfie come novelli Indiana Jones.
L’insostenibilità di questo tipo di turismo diventa drammatica se si considerano l’impatto delle navi da crociera sull’ecosistema lagunare e il moto ondoso causato da un traffico acqueo ormai surreale. Sempre più turisti vogliono la corsa sul Canal Grande; di pomeriggio il canale si trasforma in una giostra dove visi fanciulleschi e felici solcano le onde come fossero su un cavalluccio di legno.
Diciamolo chiaramente: il turismo di massa è devastante. Uccide ogni altra forma di economia rendendo inaccessibili gli affitti e facendo scomparire attività artigianali, negozi e servizi rivolti alla residenza.
Eppure questo non è, e non vuole essere, un articolo contro il turismo a prescindere.
Il turismo è un’industria di pace e di condivisione, favorisce gli scambi e il dialogo tra culture diverse, offre nuove conoscenze e stimola gli interessi; il turismo è formativo. Lo sapevano già gli inglesi e gli aristocratici europei che nel Sei- e Settecento intraprendevano il Grand Tour in Italia come viaggio indispensabile alla propria educazione. Ancora oggi, per milioni di viaggiatori la visita di una città come Venezia o Firenze, Roma, Genova, Napoli, e tutte gli altri scrigni meravigliosi che i nostri antenati hanno costruito e abbellito con orgoglio – è una ragione di crescita.
Ma come tutte le industrie fuori controllo – senza una classe politica e burocratica che abbia le competenze e l’interesse a gestirla – anche questa ha una sua deriva.
Nel caso di Venezia (e di altri luoghi ad alta densità turistica) è la qualità della vita degli abitanti che tracolla. E se questo è un problema condiviso da altre città storiche, è anche vero che Venezia sta diventando un parametro negativo, come, ad esempio, ha fatto capire il sindaco di Barcellona, dichiarando di non voler far fare alla sua città la fine di Venezia.

Purtroppo, quando si discute di un possibile limite al flusso turistico, si alzano molti scudi contro un paventato (e non ancora dimostrato) calo di introiti, chiudendo subito il dibattito, che invece è necessario. Al dibattito sui flussi turistici è dedicato un blog specifico molto interessante.
Prima di tutto ci vorrebbe uno studio serio che quantifichi sia il contributo economico del turismo di massa a favore della città che i costi per il suo mantenimento.
Inoltre anche la qualità della vita dei residenti dovrebbe essere un parametro sul quale misurare il benessere derivato dall’industria del turismo. Bisognerebbe decidere se è un valore poter godere di una città pulita, di avere dei negozi di vicinato o il poter  camminare secondo un proprio ritmo, senza dover affrontare a ogni passo selfie sticks, valigie, fruitori di picnic seduti sui gradini dei ponti, calli strapiene.

A Venezia la liberalizzazione dei commerci e delle professioni ha trascinato verso il basso sia l’offerta che la domanda. Per le leggi europee in materia di liberalizzazione siamo sommersi da negozi di souvenir e di grandi marchi (noiosissimi, sempre uguali e presenti in ogni parte del mondo). Senza contare che moltissimi dei lavoratori o dei proprietari di attività economiche non sono residenti a Venezia. Per loro la città è solo un posto di lavoro verso il quale non provano nessun tipo di attaccamento; non fanno parte della comunità veneziana, né si interessano alle sue problematiche.

Ci si chiede quale tipo di ricchezza queste attività commerciali portino alla città.

Ci si chiede come l’Unione Europea possa imporre le stesse regole a tutte le città del continente: Venezia come Birmingham, Karlsruhe, Utrecht o Karup?

Forse si dovrebbe permettere che in città come Venezia sia il Comune a decidere di quale tipo di esercizi e di negozi ci sia bisogno. L’Unione Europea dovrebbe fare una riflessione seria su questo punto.
Purtroppo, a Venezia, sono proprio le giunte comunali che si sono succedute negli ultimi vent’anni ad averci consegnato una città in queste condizioni, e non aspettiamoci che quella attuale, pur di colore diverso, abbia qualche interesse a ricostruire una città vivibile per i suoi cittadini.
In cento giorni le boutades dell’attuale sindaco hanno mostrato la sua visione limitata: il divieto di organizzare una mostra fotografica di Berengo Gardin a Palazzo Ducale sul problema delle grandi navi; la polemica sui cosiddetti libri gender, che si è penosamente trascinata persino con John Lennon su Twitter (come se un sindaco potesse fermare una discussione sui diritti umani); la proposta di vendere un quadro come la Giuditta di Klimt per ripianare i debiti del Comune. Debiti fatti soprattutto per una gestione, diciamo così, malaccorta e incompetente del patrimonio pubblico negli anni passati.
Pare che nessun politico abbia voglia di rimboccarsi le maniche e di negoziare con le varie corporations, che qui a Venezia ingrassano, pretendendo in cambio servizi per la residenza; ad esempio all’ennesimo albergo il restauro di appartamenti a favore dei residenti; ai supermercati del lusso il restauro e il pagamento dell’affitto per 10 anni a favore di negozi di vicinato.
Ci sono molte condizioni che si potrebbero imporre, se fossero permesse dall’Unione Europea, se avessimo una classe dirigente interessata a farlo, trovando, magari negli interstizi legislativi, dei cavilli (come hanno fatto molte altre città europee in materia di residenza, ma sono città a cui interessa mantenere la vita delle proprie comunità).
Invece, anche il sindaco Brugnaro, come Orsoni e come Cacciari prima di lui, non trova di meglio che (s)vendere un patrimonio che le generazioni passate hanno costruito con dignità e passione. E’ molto più facile vendere che amministrare.

Certo è che Venezia di turismo di massa e speculazioni commerciali non può più vivere; forse ci vive bene qualcun altro, ma non gli abitanti della città. Bisognerà che qualcuno ci pensi.

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22. ottobre 2015 by contemporary venice
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