Venezia città della Riforma protestante

Ritratto di Martin Lutero a Palazzo Pisani, ora Conservatorio Marcello.

In occasione del Giubileo luterano Venezia è stata dichiarata Città della Riforma protestante.

Sono passati cinquecento anni dal coraggioso atto di Martin Lutero, che nel 1517 rese pubbliche 95 tesi a contestare la validità delle indulgenze per la remissione dei peccati che la Chiesa di Roma vendeva con profitto. Un mercato di cui lo spendaccione Leone X aveva un gran bisogno, oltretutto per restaurare San Pietro.

Non era ancora una protesta contro l’intera Chiesa di Roma, tanto meno era una scissione.

Solo qualche anno dopo, le inconciliabili posizioni tra la Chiesa di Roma e i Riformatori sancirono la divisione dell’unità cristiana e condussero a sciagure che durarono centinaia di anni prima di raggiungere l’attuale rapporto di dialogo.

Che ha a che fare tutto questo con Venezia e perché le è stato conferito il titolo di Citta della Riforma insieme a Vienna, Tallinn, Ginevra, Berlino, Praga e Strasburgo?

C’è stato un momento, nella prima metà del Cinquecento, quando molti riformatori credevano che la Repubblica potesse concedere libertà di fede. Erano speranze audaci e troppo in anticipo sui tempi.

La Serenissima era sì una repubblica anticlericale e convinta assertrice del proprio giurisdizionalismo, soprattutto per salvaguardare i suoi traffici internazionali, ma era, senza dubbio, una Repubblica cattolicissima, che combatteva in prima linea contro l’Impero ottomano e si considerava baluardo della Cristianità.

Fino a quando le guerre di religione in Francia e Germania non mostrarono il rischio di sovversioni in ogni luogo dove ci fossero conflitti di fedi, la Repubblica prestò solo una distratta attenzione alle richieste di Roma di perseguitare pericolosi predicatori e lettori di libri proibiti.

Proprio qui sta la portata rivoluzionaria di quegli anni. Per la prima volta, artigiani, popolani, nobili, medici, precettori o giuristi parlavano di materia dottrinale nei campi, nelle botteghe, nei palazzi privati o nei mercati.

Persone di ogni ceto sociale discutevano della questione fondamentale: bastavano le opere per salvarsi l’anima o si riceveva la grazia divina per fede?

Lutero aveva posto un problema che i preti non erano capaci di risolvere, bisognava informarsi. E Venezia offriva qualsiasi libro uno potesse desiderare, anche gli scritti luterani. L’industria della stampa, la maggiore in Europa in quel momento, produceva libri e traduzioni a prezzi contenuti. Nel 1530 il fiorentino Brucioli pubblicò il Nuovo Testamento in lingua toscana; due anni dopo l’intera Bibbia. Fu un successo clamoroso. Le persone si riunivano per leggere e commentare i testi sacri; gli analfabeti cercavano amici in grado di leggere ed erano spinti a loro volta ad imparare. La Chiesa era preoccupata: se il popolo, compresi gli ignoranti e idioti, non cercava più la mediazione di un prete per l’interpretazione delle Scritture, che ne sarebbe stato di tutta la gerarchia ecclesiastica? I nunzi pontifici erano sgomenti, chiamarono con disprezzo conventicole questi “gruppi di lettura”, ma le loro pressioni sul governo avevano risultati modesti: qualche arresto, o il primo rogo di scritti luterani, a Rialto, nel 1527. Vent’anni dopo seguiranno quelli più consistenti a San Marco e a Rialto, dove insieme ai testi riformatori saranno bruciati anche quelli ebraici, incluso il Talmud.

Nel 1547 la svolta. La sconfitta della lega scalmadica dei principi protestanti contro Carlo V d’Asburgo a Muehlberg convinse la Repubblica a restare dalla parte di Roma. Al Tribunale del Sant’Uffizio venne affiancata una commissione secolare del governo, i Tre Savi sopra eresia e insieme perseguitarono con efficienza ogni episodio di eresia che veniva denunciato.

Chiesa di San Teodoro, sul rio della Canonica. In estate era usata per le riunioni del Tribunale del Santo Uffizio. Crediti per la foto: Patriarcato di Venezia.

Tra metà ‘500 e inizio ‘600 sono stati istruiti almeno 843 processi per eteorodossia – quelli giunti fino a noi – che coinvolsero migliaia di persone tra accusati, testimoni e delatori.

Ci furono circa 20-25 condanne a morte per affogamento (come si usava a Venezia quando non si volevano provocare turbamenti sociali) e molte condanne alla prigione, dove diversi detenuti morirono; ci furono condannati al remo, dove si moriva per stenti dopo poche settimane, o consegnati al Sant’Uffizio di Roma.

La Repubblica, però, come una forma di tolleranza quasi paterna, offriva, solo una volta, e solo la prima volta, la possibilità di abiurare. Per i recidivi non c’era più la stessa disponibilità.

L’Inquisizione veneziana, pur adottando metodi meno aggressivi di altri Paesi, fu efficacissima. In una cinquantina d’anni, le conventicole e ogni forma di proselitismo furono eliminati. Rimase la tolleranza verso i mercanti stranieri presenti in città, a condizione che celebrassero il loro culto con estrema discrezione.

La sfida quindi, modernissima, degli uomini e delle donne di quell’epoca, fu doppia. Da un lato sfidarono il divieto di leggere libri proibiti – testi luterani ma anche le bibbie tradotte in volgare -, dall’altro osarono fare delle obiezioni agli insegnamenti della Chiesa, negando il purgatorio o i santi che fanno miracoli, protestando che non è stato Domineddio a ordinare di rinchiudere frati e monache, e che anzi, come disse una di loro prima di fuggire dal convento, teneva li frati et le munege per mone.

Una stagione che potrebbe sempre tornare attuale, e che vale la pena di ricordare celebrando il giubileo luterano.

 

La riforma on the road

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27. febbraio 2017 by contemporary venice
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