Sigmar Polke a Palazzo Grassi

Polke, Indigo, 1986

Sigmar Polke, Indigo, 1986

Dopo le due grandi retrospettive, quella del 2013 a Grenoble e quella del 2014-15 organizzata in collaborazione dalla Tate di Londra, dal Moma di NY e dal Ludwig Museum di Colonia, anche a Venezia è finalmente possibile scoprire l’opera di Sigmar Polke (1941-2010) uno dei maggiori artisti tedeschi del dopoguerra.

La fondazione Pinault presenta una splendida mostra monografica con novanta opere che attraversano interamente l’attività pittorica dell’artista e che mette in evidenza, in particolare, la potenza del suo colore e un interesse costante per la storia e per la società contemporanea.

Negli anni Sessanta, Polke frequenta l’Accademia di Düsseldorf, allora un vero laboratorio sperimentale di tecniche e di stili, di progetti artistici collettivi ed individuali e di impegno politico, dove stringe amicizia con Gerhard Richter e con Manfred Lueg. Insieme allestiscono mostre negli scantinati, partecipano alla vita politica e fondano un movimento, il ‘realismo capitalista’, che critica, usando i loro stessi strumenti, sia il realismo socialista che il sistema capitalistico occidentale di cui si nutriva la pop art.

In quel periodo Polke conquista il pubblico con i suoi Rasterbilder, opere ad olio che riproducono i pixel di fotografie, ingrandite e sgranate, tratte da giornali e riviste. Si tratta di una tecnica che anche altri artisti usano in quegli anni, soprattutto Roy Lichtenstein. Polke però, non sembra voler celebrare i miti del consumismo, siano negativi o positivi. I soggetti – un bambino che si lava i denti, un uomo che dà da mangiare alle galline, un interno – nella loro semplicità sembrano piuttosto depotenziare con ironia le icone del quotidiano tipiche della pop art americana.

Sigmar Polke, Interieur, 1966

Sigmar Polke, Interieur, 1966

Polke continuerà ad eseguire i Rasterbilder lungo tutta la sua carriera, mescolandoli con altre tecniche, cancellandoli in parte o coprendoli di colore.

Durante un viaggio in Australia nel 1981 Polke scopre nelle comunità aborigene la preparazione dei colori con materiali naturali. Questa esperienza si rivela fondamentale nella sua carriera, il momento da cui comincia la sua riflessione sul colore. Il suo atelier diventa un laboratorio: essenze naturali e industriali, prodotti della terra e chimici vengono mescolati con uno spirito sperimentale senza confini.

Lui stesso si definisce un ‘alchimista’, espressione che da quel momento gli rimane appiccicata addosso e che riflette l’impeto scientifico e creativo che sottende la disciplina alchemica della trasformazione. Forse per questo motivo, a Siena rimane affascinato da una formella della cattedrale con Ermete Trismegisto, il mitico mago dell’antichità a cui dedica una serie di opere che Palazzo Grassi espone in una delle sale più belle. E viene da chiedersi se in questo mago Polke non ci vedesse una figura ispiratrice o forse, un alter ego.

Polke, Hermes Trismegistus, I-V, 1995

Sigmar Polke, Hermes Trismegistus, I-V, 1995

Le opere scelte dai curatori, Elena Geuna e Guy Tosatto, presentate in un percorso cronologicamente a ritroso, siano astratte o figurative, sono tutte caratterizzate dalla forza del colore, che a volte sembra diventare narrazione. Come ad esempio in ‘Lapislazzuli’, dove il titolo nomina il pigmento protagonista di una grande tela verticale. Nonostante l’apparente astrattismo, le sfumature di colore sono talmente potenti che si è tentati di scorgere i resti di un lirismo romantico e individuare un paesaggio marino o fluviale.

Nei Flüchtende invece, le sagome di due persone in fuga con le loro poche cose, rese con la tecnica dei Rasterbilder, sono profilate da un alone verde acido dato con lo spray sul retro del supporto. L’opera è datata 1992. Sono gli anni della guerra nel Golfo, trasmessa su tutti i canali, a tutte le ore. In quel verde c’è la libertà di vedere quel che si vuole, dai bombardamenti notturni a un segno di speranza. Quella dei rifugiati è una tragedia che Polke, nato nella Germania dell’Est e arrivato negli anni Cinquanta in quella dell’Ovest, conosce di persona.

Sigmar Polke, Flüchtende, 1992

Sigmar Polke, Flüchtende, 1992

Tra una sala e l’altra, delle piccole tele con le prove di colore accompagnano le opere maggiori, come un filo conduttore. Anche queste Farbprobe attraversano quasi l’intera carriera, eseguite con materiali diversi e con disciplina costante.

Nelle opere esposte Polke passa dall’astrattismo al figurativo, dalla riflessione sulla storia a quella sui problemi contemporanei senza nessuna precondizione. Ogni volta che scopre un nuovo pigmento, una nuova resina, una nuova stoffa, aggiunge semplicemente il nuovo elemento alla sua pittura. I supporti possono essere rayon, seta, feltro o tessuti fantasia; i pigmenti industriali o naturali così come le resine, e poi mescolati tra di loro con ricette personali e uniche. I temi possono andare dalla rivoluzione francese (come in Jeux d’enfants, 1988), alle questioni internazionali (Amerikanisch-Mexikanische Grenze, 1984) alla fiaba (Laterna Magica, Storia del cane, 1988-92), al cosmo (Negativwerte, 1982)  senza progressioni metodiche o fili rossi che colleghino un’opera con un’altra.

Sigmar Polke, Amerikanisch-Mexikanische Grenze, 1984

Sigmar Polke, Amerikanisch-Mexikanische Grenze, 1984

 

Sigmar Polke, Jeux d'enfants, 1988

Sigmar Polke, Jeux d’enfants, 1988

Alla fine del percorso espositivo, dopo aver avuto la sensazione di trovarsi in un turbinio in cui secoli di storia e di arte occidentale sembrano accadere simultaneamente, ci si trova davanti a un quadretto con una palma. Il supporto è di stoffa; c’è già la sensibilità per i colori, l’uso della vernice, il figurativo e l’astratto. Questo ‘quadretto’ rappresenta, più o meno, uno dei punti di partenza della sua ricerca.

Sigmar Polke, Das Palmen-Bild, 1964 Vernice a dispersione su tessuto a fantasia.

Sigmar Polke, Das Palmen-Bild, 1964

Quando si torna nell’atrio al piano terra e si guarda di nuovo la misteriosa serie Axial Age della collezione Pinault, tra le ultime opere di Polke, dipinta tra il 2005 e il 2007, con quelle figure che fissano un punto lontano, e quei bambini con gli occhi curiosi su di un mondo ancora nebuloso e i colori che cangiano con la luce, si ha l’impressione che nell’opera di questo grandissimo artista, tutto davvero si tiene.

Polke Achsenzeit, 2005-2007 L'era assiale. Courtesy of Pinault Foundation

Sigmar Polke Achsenzeit (L’era assiale), 2005-2007
Courtesy of Pinault Foundation

La mostra ‘Sigmar Polke’ è a Palazzo Grassi, fino al 6 novembre. Se volete una visita guidata, scrivetemi: info@contemporary-venice.com

Curatori Elena Geuna e Guy Tosatto in collaborazione con The Estate of Sigmar Polke

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09. giugno 2016 by contemporary venice
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