POSTWAR – Quando finalmente finì la guerra. Artisti italiani degli anni Cinquanta e Sessanta

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Sempre più spesso la sede veneziana della Fondazione Guggenheim propone l’arte italiana del Novecento, continuando idealmente quel compito di promozione a cui la stessa Peggy si era dedicata da quando si era trasferita a Venezia

Dopo la bellissima retrospettiva su Capogrossi, la mostra ‘Postwar’, a cura di Luca Massimo Barbero, presenta cinque maestri del secondo dopoguerra – Lucio Fontana, Piero Dorazio, Enrico Castellani, Paolo Scheggi, Rodolfo Aricò –  con l’auspicio di incoraggiare una ‘verifica’, come dice Barbero, sia a livello di critica che da parte del pubblico delle diverse sperimentazioni e dei diversi linguaggi dell’arte italiana di questa epoca.

Il periodo del dopoguerra permette agli artisti italiani di tornare su ricerche e riprendere i fili di un’indagine pittorica che nel periodo del regime fascista erano stati abbandonati.

Questo senso di libertà viene rafforzato dal titolo in inglese, Postwar, una parola che è diventata un’icona, l’immagine di un momento storico che segna una vera e propria rinascita dopo la fine dei regimi della prima parte del secolo.

Proprio Peggy Guggenheim aveva acquistato un’opera di Marino Marini,  L’angelo della Città (1948), dove il cavaliere va incontro al futuro con un impeto di gioia anche ‘scandalosamente’ virile, mettendola sulla terrazza, forse celebrando anche lei la fine di quel periodo.

La mostra si apre con Lucio Fontana, la cui opera segnata dalla conquista della terza dimensione sulla tela, quella dello spazio, tramite buchi e tagli identifica pienamente la nuova stagione di ritrovata libertà.
L’opera Concetto spaziale del 1951 testimonia la prima fase delle costellazioni di buchi, mentre il Concetto spaziale del 1957 pone già l’accento sulla materia. Splendido è Quanta, del 1960, dove la frammentazione della tela in pezzi di forme geometriche irregolari allude alla disgregazione dell’atomo.  Le ceramiche, meno note nonostante Fontana si cimentasse spesso con questo materiale, con le battaglie e il cavaliere, mostrano come da un grumo di materia emerga la figura umana.

Il colore è invece l’ambito di ricerca di Piero Dorazio, squillante, vibrante, dinamico nel senso che gli aveva dato il Futurismo. Allo stesso tempo il suo è un colore che tocca le emozioni, il colore della scuola tedesca da Kandinski – e come lui anche Dorazio associava pittura e musica, ‘un pittore vive in mezzo ai suoi colori come un musicista’ – al Bauhaus. Se Durante l’incertezza del 1965, è un reticolo dove i colori si incrociano formando diverse trasparenze, Unitas, dello stesso anno, presenta striscie di colore puro che si sovrappongono sugli angoli, entrambe testimoni di questa ricerca del colore e della sua luce.

L’opera di Enrico Castellani è concentrata sul problema dello spazio. Le sue tele presentano un succedersi di sporgenze e depressioni regolari, dove concavo e convesso, non solo rendono la dimensione spaziale percettibile ma attraverso le variazioni della luce, a seconda del punto di osservazione, lo spazio si amplia, cambia forma o si dilata alludendo così ad altre innumerevoli forme. In Superficie angolare rossa, del 1961, il colore monocromo rosso viene alterato continuamente dalla luce che si muove sulle forme convesse della tela. Lo spazio diventa così uno spazio ottico.

Una bella sala è dedicata a Paolo Scheggi, morto a 31 anni nel 1971, la cui ricerca sulla percezione dello spazio l’aveva reso un artista di fama internazionale, invitato a partecipare alla Biennale di Venezia del 1966, al museo d’arte moderna di Parigi, inoltre apprezzato da Dorfles, Celant, Bonito Oliva e soprattutto da Fontana.
Partendo dallo spazialismo di Fontana, Scheggi nelle sue Intersuperfici opera in modo più radicale, sovrapponendo tre tele e praticando dei fori ellittici o circolari che accompagnano lo sguardo dello spettatore nella loro profondità.
In questa occasione la famiglia ha donato un’opera alla collezione Guggenheim, Intersuperficie curva bianca ‘Zone Riflesse’ (1963).

L’ultima sala è dedicata a Rodolfo Aricò e alle sue tele sagomate (shaped canves) degli anni tra il 1966 e il 1970 le cui forme si distaccano dalle geometrie tradizionali.
Se il colore in Dorazio ha ancora una valenza emotiva e in Castellani e Scheggi, steso come monocromo esalta e sottolinea la dimensione spaziale nelle opere, in Aricò il colore, omogeneo e piatto, rivela in realtà sfumature che in qualche modo tradiscono la percezione iniziale. Gillo Dorfles parla di ‘un’ambiguità cromatica’ e di ‘un’incertezza percettiva’. Infatti se si osserva attentamente la serie di tre Orfica del 1960, che il curatore ha messo uno accanto all’altro come fossero un trittico, si può notare che in ogni opera il colore, monocromo, è steso in modo diverso. Tela, telaio e colore si fondono in un oggetto  che non ha riferimenti con l’esterno ma che possiede una sua logica interna.

Non è una pittura facile, questa degli anni Sessanta; è una pittura che ragiona soprattutto su se stessa, sulle possibilità spaziali, sull’intensità del colore e della sua luce.

Gli ambienti raccolti in cui le opere sono esposte favoriscono la concentrazione che generalmente la pittura monocroma richiede.

E’ una riscoperta di una parte importante dell’arte italiana, che a quell’epoca non era particolarmente conosciuta. Proprio Dorazio in un’intervista lamenta le difficoltà di praticare un’arte che si discosti sia da quella borghese che da quella dell’impergno militante. E’ interessante invece confrontare questi maestri italiani con quelli americani della collezione Schulhoff, un lascito importante da poco arrivato alla collezione Guggenheim di Venezia, che operano negli stessi anni Sessanta la cui affinità nella ricerca pittorica, è riprova che il linguaggio dell’arte italiana era in sintonia con i movimenti internazionali.

Postwar
Protagonisti italiani
Collezione Peggy Guggenheim
23 Febbraio – 15 aprile 2013

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28. febbraio 2013 by contemporary venice
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