Le utopie veneziane di Philippe Calandre

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La fondazione di Jean Michel Wilmotte a Cannaregio ospita fino al 15 febbraio una serie di opere di Philippe Calandre dedicate a Venezia e intitolata ‘Isola Nova’.
Calandre, nato ad Avignone nel 1964, lavora in particolare sulle fotografie di architetture che trasforma, per mezzo di fotomontaggi, in nuove possibilità urbane, spesso con effetti visionari ed onirici.

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20. Dicembre 2013 by contemporary venice
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Biennale 2013: ultimi giorni

A pochi giorni dalla chiusura della Biennale, dopo quasi sette mesi, si può cominciare a fare qualche bilancio; ci sono numeri e statistiche, le quotazioni degli artisti, le opere vendute e quelle bocciate. A me però interessa capire se la Biennale è riuscita a fare una narrazione del nostro tempo, se l’enorme numero degli artisti presenti, diversi per media e materiali, per età e nazionalità, siano riusciti a toccare  la sensibilità del  pubblico.

Il padiglione della Russia ad esempio è tra quelli più visitati: in una prima sala un uomo vestito come un broker di Wall Street siede in alto su di una trave e getta le bucce delle noccioline al pubblico, una performance che a me pare una traduzione quasi letterale di ‘croissants al popolo’ in versione peanuts.
Nella sala grande un inginocchiatoio che inequivocabilmente richiama quello delle chiese, permette di pregare rivolti verso il lucernario, dove un disco d’argento dispensa piogge di monete d’oro a coraggiose signore che munite di ombrello si fanno permeare della ricchezza del dio pagano. L’opera di Vadim Zakharov, ‘Danaë’, si dichiara metafora della figura mitologica che Zeus ingravidò sotto forma di pioggia d’oro, con una narrazione semplice e diretta; una performance accattivante e che tutti possono comprendere anche senza conoscere la vicenda mitologica.

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Altri padiglioni sono  più complessi, come quello della Gran Bretagna, dove Jeremy Deller mette in scena, tra luci e ombre, la storia dell’Inghilterra, dai manufatti primitivi trovati nel Tamigi alla visione di una Jersey, paradiso bancario, messa a ferro e fuoco in un prossimo futuro da chi si ribella al potere finanziario.

Jersey

Nelle sale del padiglione Deller ritorna su alcune costanti della natura del suo Paese, come l’ostentata forza bellica, che dalle punte di lancia paleolitiche (una forse di 400 mila anni, che si tocca con un po’ di emozione) arriva alla guerra in Iraq e Afghanistan, vista dagli occhi di ex militari ora in carcere, alle fotografie della guerra in Irlanda del Nord, come quelle della ‘Bloody Sunday’ quando nel 1972 a Derry l’esercito inglese sparò contro dimostranti civili.

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18. Novembre 2013 by contemporary venice
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AI WEIWEI: Artista ed attivista

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Due coinvolgenti installazioni di Ai Weiwei, architetto, artista ed attivista cinese, famoso oltre che per opere come lo stadio di Pechino (insieme ad Herzog & de Meuron) o per Sunflower Seeds alla Tate, anche  per le sue tenaci critiche al governo cinese per le quali nel 2011 è stato incarcerato 81 giorni in una località segreta, sono esposte a Venezia in due eventi collaterali della Biennale organizzati da Zuecca Project Space.

Cosciente che il suo ruolo d’artista gli permette una visibilità con la quale poter incidere nella società, le sue opere sempre più spesso coincidono con l’impegno politico, con una visione umanista secondo la quale anche il gesto del singolo può contribuire ad un costante progresso umano.

In Disposition, nella chiesa di Sant’Antonin, nella levità barocca di marmi, stucchi e tele restaurati da poco, sei austere casse di vetroresina e metallo scurito (alte 1,5 metri e larghe 3,5 metri) che ricordano dei grandi altari o dei sarcofagi, contengono altrettanti diorami che rappresentano scene della sua prigionia, dove ogni gesto della sua limitata quotidianità avviene in presenza di due impassibili guardie; che sia sotto la doccia, seduto al tavolo a mangiare, o sul gabinetto, l’artista oltre che della sua libertà viene privato di ogni intimità.

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03. Settembre 2013 by contemporary venice
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YSOLT ASZTALOS al padiglione ungherese: Guarda la bomba, ascolta le voci.

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Fired but Unexploded – Lanciata ma non esplosa è il titolo dell’installazione di Zsolt Asztalos al padiglione ungherese.

Venti ordigni esplosivi che per difetto o per caso non hanno funzionato, ritrovati in Ungheria, sono esposti insieme a dei filmati girati sui luoghi del ritrovamento ed in cui sono stati montati le voci e i rumori di eventi che forse in quel momento stavano accadendo: gare sportive, spettacoli comici, il traffico, gli studenti a scuola, qualcuno che lava i piatti.

Sono i rumori del quotidiano, quelli che ci accompagnano nelle cose di tutti i giorni, quelli banali a cui di solito non si presta attenzione, ma che ascoltandoli mentre si guardano la bombe acquistano un altro significato.

Capito il meccanismo – guarda la bomba, ascolta la voce – si è tentati di sentire tutti i 20 audio, quasi a ricostruire una geografia della vita che nonostante tutto continua, per identificarsi con ognuna di quelle persone ignare che il loro destino in quel momento stesse dipendendo dal funzionamento di una spoletta, e sentendo un senso di sollievo come davanti ad un film quando a perdere sono i cattivi

E le bombe nelle teche che non hanno assolto al loro dovere, sembrano un po’ come dei soldati che hanno rifiutato di sparare, un po’ come mostri a cui il delitto non è riuscito.

Padiglione ad effetto, che non tralascerei nella visita ai Giardini.

L’artista ha anche un sito dove raccoglie gli aggiornamenti su ordigni che continuano ad essere lanciati senza esplodere:
http://www.fired-but-unexploded.com

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06. Giugno 2013 by contemporary venice
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La guerra del Congo tra estetizzazione ed orrore: RICHARD MOSSE al padiglione Irlanda

 

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Una guerra dimenticata quella del Congo, anche se dal 1998 ad oggi ha fatto oltre 5 milioni di morti. Una guerra che i media tradizionali fanno fatica a spiegare, dove una ventina di gruppi armati, stupri, menomazioni, torture, fame e su tutto, i diamanti, rendono la sua tragedia paradossalmente invisibile.

Negli ultimi tre anni Richard Mosse, artista irlandese nato nel 1980, e i suoi collaboratori Trevor Tweeten e Ben Frost, hanno seguito i ribelli armati producendo un’opera che va ben oltre il valore documentario.

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05. Giugno 2013 by contemporary venice
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BIENNALE 2013: arte e outsiders

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Il progetto di Massimiliano Gioni non è facile da seguire; il titolo della mostra, Il Palazzo Enciclopedico, s’ispira ad un progetto del 1955 mai realizzato di Marino Auriti, un artista autodidatta, di un museo di 136 piani che avrebbe dovuto sorgere a Washington e contenere tutta la conoscenza umana.

Gioni torna su di un tema antico quanto il mondo, visto che fu per amore di conoscenza che Adamo ed Eva persero l’Eden (amore che superò quello per l’obbedienza) e che da allora gode di una dubbia fama; quando l’ossessione e l’ansia di ricerca superano i confini del lecito, ci si ritrova emarginati, cacciati dal Paradiso o dalla società. Dal Rinascimento in poi vi è un progressivo allontanamento da tutte le forme di ricerca che non ricadano nell’ambito del razionalismo empirico. I modi della conoscenza che avvengono attraverso sensibilità diverse da quelle approvate dalle istituzioni accademiche non trovano ascolto.

Proprio le opere di molti di questi derelitti sono in mostra, quelle di malati, carcerati, adepti di sette esoteriche, o di artisti minori mai riconosciuti.

Gioni pone la questione della ricerca della conoscenza attraverso una visione interiore che si fa poi immagine, come dimostrano ad esempio i dipinti tantrici, le cosmogonie di Emma Kunz, o anche gli stessi disegni di Jung, raccolti nel famoso ‘libro rosso’ con il quale si apre la mostra, e che servirono allo psicanalista svizzero come mezzo per indagare il proprio inconscio. In queste opere l’immagine ha un potere spirituale, curativo, o come dice Gioni, ‘talismanico’.
Insomma si può riparlare di sacralità dell’immagine, il mezzo con cui pervenire ad una maggiore conoscenza? Sarà per questo che quest’anno anche la Santa Sede partecipa alla Biennale?

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05. Giugno 2013 by contemporary venice
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MANET. Ritorno a Venezia

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E’ stata la rilettura critica dell’opera di Manet da parte del presidente del museo d’Orsay di Parigi, Guy Cogeval, l’impulso che ha dato origine alla mostra sul rapporto dell’artista con Venezia e la sua arte.

Nelle tele esposte cronologicamente in nove sale di Palazzo Ducale, accompagnate da capolavori di Tiziano, Antonello, Lotto, Carpaccio e Guardi si riconosce un continuo ritorno nel tempo di Manet all’arte veneziana e italiana, specie a quella del Rinascimento, di cui era rimasto affascinato già da studente quando al Louvre copiava le grandi opere e a cui si appassionò nel corso di tre viaggi in Italia.

Proprio a Venezia Manet s’improvvisò guida turistica per i suoi amici, portandoli nei luoghi d’arte e provando così la sua profonda conoscenza della città e della sua storia.

La mostra di Palazzo Ducale, nel progetto di Guy Cogeval e Gabriella Belli, comincia senza mezzi termini. Già nella prima sala, tra documenti e fotografie di una Venezia povera e ancora sottomessa all’Austria, si staglia come una promessa la tela con la Colazione sull’erba (Déjeuner sur l’herbe, 1863), citazione e interpretazione del Concerto Campestre di Tiziano (1510, non in mostra), di cui Manet stravolge narrazione, contesto e intento, e dove l’allegoria filosofica dell’armonia universale di Tiziano diventa momento di chiacchiera con la presenza di una muta e forse annoiata prostituta (altro che le colte cortigiane d’epoca rinascimentale!)
Troppo per la società parigina dell’epoca, che ne rimase scandalizzata, e Manet fu costretto a subire uno tra i tanti rifiuti a cui dovrà rassegnarsi negli anni successivi.

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22. Maggio 2013 by contemporary venice
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RUDOLF STINGEL a Palazzo Grassi

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Courtesy of Palazzo Grassi

Una gigantesca installazione, un’opera immersiva che altera le percezioni; la monografica di Rudolf Stingel, pensata e realizzata per Palazzo Grassi, è un’opera in sé. Pavimenti e pareti del palazzo sono stati interamente ricoperti da tappeti con motivi orientali che investono non solo l’intero campo visivo, ma, riducendo l’acustica, creano un effetto ovattato, astraendo così il visitatore dalla realtà legata alle logiche del ritmo quotidiano, per offrire uno spazio onirico, quasi interiore.

L’opera di Stingel, nato a Merano nel 1956, amico dell’artista austriaco Franz West, è senza dubbio segnata dalla cultura mitteleuropea, come si può vedere ad esempio nei fitti e ricorrenti ornamenti che si rifanno al barocco austriaco, o in quel suo ritorno ossessivo sul ritratto, dove le grandi dimensioni rivelano un’ansia di conoscenza dell’uomo, quella stessa ansia presente nella cultura viennese di fine secolo in cui maturò l’opera di Sigmund Freud.

Proprio allo studio di Freud, oltre che ad un certo carattere di Venezia, si richiamano i tappeti orientali che divengono così il riferimento diretto all’analista austriaco, la traccia che permette di riconoscere il percorso tra le sale come una metafora di un percorso interiore.

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Il letto usato da Freud per la pratica terapeutica, Freud Museum, Londra

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06. Aprile 2013 by contemporary venice
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Agatha Ruiz de la Prada: donna = felicità, creatività, economia

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Nell’elegante salone da ballo del museo Correr è in corso un’esplosione di colori, di fiori, di trasparenze e di stravaganze tutte femminili. Sono gli abiti della stilista spagnola Agatha Ruiz de la Prada.

Anche quest’anno il Comune di  Venezia ha voluto celebrare la giornata della donna con una serie di eventi legati al motto “felicità, creatività, economia”, aspetti della vita declinati al femminile.

L’assessora Tiziana d’Agostini già lo scorso anno aveva promosso una mostra a Ca’ Pesaro sull’imprenditoria femminile del medioevo, e quest’anno una dedicata al lavoro femminile nella moda tra il XVI e il XVIII secolo.

Come simbolo forte che potesse rappresentare al meglio le tre istanze del motto l’assessora ha trovato in Agatha Ruiz de la Prada un’icona perfetta; i suoi abiti sono un vero inno alla felicità e alla creatività. Se si pensa che la stilista, già negli anni Ottanta, ancora giovanissima, sull’onda della “movida madrileña”, aveva raggiunto fama internazionale, anche l’economia è ben presente nel suo lavoro.

Spiritosa e alla mano, Ruiz de la Prada racconta che i 31 abiti in mostra sono le sue 31 ossessioni. “I creativi fanno le stesse cose per tutta la vita. Queste cose sono le loro ossessioni.”

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08. Marzo 2013 by contemporary venice
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Il patrimonio culturale del nostro presente: arte e non solo

Studio di Carolina Antich

Studio di Carolina Antich

Foto di gruppo. Hanno partecipato tra gli altri Silvia Costa del Parlamento Europeo, Yolanda Valle-Neff direttrice Unesco di Venezia, Christine Breton, conservatrice del patrimonio di Marsiglia,  Pascale Reynier, assessorea alla cultura del xv e xvi arrondissement di Marsiglia, Ermina Sciacchitano del Mibac, Michela Zanon del Museo ebraico di Venezia, Daniel Thèrond, responsabile della Convezione di Faro, COE, l'ambasciatore Umberto Vattani presidente IUV, Alberto D'Alessandro COE, Kouider Metair, dell'associazione Bel Horizon di Oran, Lauso Zagato, professore di diritto internazionale a Ca' Foscari, i soci di Faro Venezia che hanno organizzato la passeggiata: Cristina Gregorin, Manuela Cattaneo della Volta, Vincenzo Casali, Prosper Wanner, Walter Fano, Adriano de Vita.

Foto di gruppo. Hanno partecipato tra gli altri Silvia Costa del Parlamento Europeo, Yolanda Valle-Neff direttrice Unesco di Venezia, Christine Breton, conservatrice del patrimonio di Marsiglia, Pascale Reynier, assessore alla cultura del XV e XVI Arrondissement di Marsiglia, Erminia Sciacchitano del Mibac, Michela Zanon del Museo ebraico di Venezia, Daniel Thèrond, responsabile della Convezione di Faro, COE, l’ambasciatore Umberto Vattani presidente IUV, Alberto D’Alessandro, COE, Kouider Metair, dell’associazione Bel Horizon di Oran, Lauso Zagato, professore di diritto internazionale a Ca’ Foscari, i soci di Faro Venezia che hanno organizzato la passeggiata: Cristina Gregorin, Manuela Cattaneo della Volta, Vincenzo Casali, Prosper Wanner, Walter Fano, Adriano de Vita.

Con la Convenzione del Consiglio d’Europa siglata a Faro nel 2005 e firmata lo scorso 27 febbraio dall’Italia, viene finalmente promosso un più ampio concetto di patrimonio culturale. Se finora con questa espressione s’intendevano i beni storico-artistici, le architetture, l’arte, i saperi immateriali come le tecniche artigianali, la musica, le tradizioni popolari, ora invece, al centro del patrimonio culturale vengono posti la persona e i valori umani.

Non può esserci bene artistico se prima non ci sono le persone. E le persone non producono arte, idee, musica, spettacoli se non hanno dei contesti adatti, luoghi in cui ritrovarsi, discutere, ispirarsi.

Tuttavia, la vita di ogni giorno, non è fatta solo di arte; ci sono tutta una serie di abitudini, di modi di fare, di stili di vita che costituiscono la nostra cultura.

Noi italiani siamo abbastanza consapevoli della nostra storia e dell’importanza dei nostri beni artistici ma manchiamo invece di conoscenze su quelle che sono le diverse realtà del presente. Presi come siamo dalla nostra vita quotidiana legata alla famiglia, al lavoro, alle amicizie, perdiamo talvolta di vista quello che fanno i nostri vicini, le persone che non frequentiamo abitualmente.

La convenzione di Faro non sottovaluta il passato, anzi!, ma ci ricorda che viviamo il presente e che in questo presente stiamo attualmente producendo cultura – intesa appunto non solo nella sua grandezza artistica ma nelle pratiche di ogni giorno.

Piazze, scuole, fabbriche, uffici, mercati sono luoghi d’incontro, di scambio di idee, di relazioni umani che fanno crescere la società. Ed è per questo, ci dice la convenzione di Faro, che questi luoghi appartengono a tutti e sono un vero patrimonio culturale.

In occasione della firma della convenzione a Venezia l’ufficio del Consiglio d’Europa con il sostegno della Regione Veneto e con la collaborazione dell’associazione Faro-Venezia ha organizzato tre giorni di appuntamenti, tra cui delle passeggiate alla scoperta di questo patrimonio del presente.

La prima di queste passeggiate è stata dedicata alla produzione di arte contemporanea a Venezia.

Abbiamo cominciato con la visita dell’Accademia di Belle Arti, prima accompagnati da uno studente e poi dal direttore Luigino Rossi. Impossibile non cogliere l’effervescenza dell’ambiente; ci siamo persi tra quadri, bozzetti, laboratori, gruppi di studenti e la parole interessantissime del direttore.

Accademia di Belle Arti

Accademia di Belle Arti

Accademia di Belle Arti

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04. Marzo 2013 by contemporary venice
Categories: Arte, luoghi dell'arte, sugli artisti che operano a Venezia | Tags: , , , , , , , , | Leave a comment

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