“Innesti” contemporanei: la chiesa di Santa Marta. Di Vincenzo Casali

Condividiamo volentieri un articolo della rivista online Aartic Magazine con l’auspicio di creare una rete di collaborazione con tutti coloro che danno spazio e voce a chi, a Venezia, continua a guardare avanti, a produrre e a credere in una città che vive.Santa Marta2

Spazio Architettura

In architettura ed in arte, lavorare per il “contemporaneo” in Italia è molto difficile, a Venezia ancora di più. Lo sanno gli autori, i galleristi, i curatori, i tecnici, tutti coloro insomma che per varie ragioni appartengono culturalmente a questa sfera e ne condividono le esperienze.

Abbiamo leggi e regolamenti che vietano possibili esperienze di architettura che impongono di “mitigare” a prescindere dal progetto che la definirà. E’ un timore preventivo, che riflette un sentimento diffuso di paura – lo si legge negli articoli a stampa, nei media in generale, nei blog e nei social network, nella politica parlata ed in quella partecipata – che trova un immediato e trasversale consenso.

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22. maggio 2015 by contemporary venice
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Biennale, Mose e grandi navi.

Tramonto

In un articolo su The Art Newspaper, Anna Somers Cocks richiama l’attenzione dei visitatori della Biennale sui problemi della città, in particolare su quelli legati all’innalzamento dell’acqua in laguna, alle grandi navi e al Mose. Somers Cocks invita a scrivere all’Unesco chiedendo l’intervento di un’istituzione sovranazionale al fine di creare un progetto a lungo termine per la salvaguardia di Venezia.

Che cos’hanno in comune, oltre al fatto di riguardare Venezia, la questione delle grandi navi, il Mose e la Biennale? A vederla bene, sono tutti aspetti che riguardano la modernità – intesa come sinonimo di cultura del presente – di Venezia, quella economica, politica e culturale.

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05. maggio 2015 by contemporary venice
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Blog e stampa su Venezia: tra catastrofi e frivolezze

E’ sorprendente la quantità di articoli giornalistici, di blog di pagine facebook dedicate a Venezia; a scadenze sempre più ravvicinate compaiono le top ten di dove mangiare, cosa vedere, dove andare quando si è in città. Decaloghi assoluti per non perdere, nelle brevissime visite, gli aspetti più ‘in’, i cosiddetti ‘must see’, e ‘must do’.

Ci sono poi numerosi articoli, di solito della carta stampata, che trattano con attenzione le questioni della laguna, dell’acqua alta, delle grandi navi, anche se il più delle volte analizzano solo il problema in sé lasciando il tema slegato dalla quotidianità di chi a Venezia ci vive ogni giorno.

Pur parlando continuamente di Venezia, la maggior parte della stampa web, con delle ottime eccezioni, restituisce un’immagine solo parziale e parcellizzata. Non che i veneziani non amino gli splendidi giardini della loro città, gli spritz in campo, la buona cucina, tanto per citare alcuni dei temi che vanno per la maggiore. Eppure tutte queste parole si risolvono in un elenco di gesti e di luoghi che messi insieme non colgono affatto la vera natura di Venezia, ben più complessa e ben più ricca.

Forse è pedante ricordarlo ancora una volta, ma Venezia è stata una grande capitale ed è tuttora uno straordinario tesoro artistico perché è stata una città abitata da cittadini che mettevano in moto le loro energie intellettuali e imprenditoriali; i veneziani erano un popolo sagace. Questa intelligenza del vivere e del progettare non è del tutto perduta; nonostante la comunità residente sia sempre più piccola e più schiacciata da un turismo pervasivo, esiste ancora una traccia dell’antica Venezia, quella culturalmente vivace e propositiva.

Esiste un’istituzione storica come l’Ateneo Veneto che quasi giornalmente propone conferenze, convegni e dibattiti che spaziano dalla cultura veneziana a presentazioni di libri e saggi sui temi eterogenei; esiste il festival letterario Incroci di Civiltà, organizzato dall’Università di Ca’ Foscari, che porta ogni anno sui palchi veneziani una trentina di scrittori internazionali.
C’è un giovanissimo centro di studi ebraici internazionali, Beit Venezia, che organizza corsi di cultura ebraica, incontri con scrittori e artisti, concerti e soprattutto promuove il dialogo interculturale.
C’è poi una rassegna dal nome curioso, il Festival dei Matti, che ogni anno offre una serie d’incontri e di spettacoli per parlare del disagio sociale e offrire uno sguardo diverso, senza pregiudizi, sull’antico e sempre presente male di vivere.
Tralascio invece la Biennale, la Peggy Guggenheim e la Fondazione Pinault, che benché meritorie, sono ormai delle ‘multinazionali’ della cultura.
Piuttosto sono da ricordare le numerosissime associazioni di cittadini che si occupano di diversi aspetti della città: dal problema dei graffiti a quello dell’ortografia corretta dei toponimi, dalle grandi navi ai progetti per il riutilizzo dell’antico Arsenale (recentemente restituito dal Demanio al Comune), dalle associazioni culturali che fanno crowfunding e offrono itinerari culturali ad altre con una natura e con degli scopi più politici.

Tutte queste iniziative veneziane per i veneziani sono costantemente ignorate dai media. E’ come se la nostra vita reale, quotidiana, fosse una specie di sottobosco conosciuto da pochi. E’ evidente che non farebbero ‘audience’, ed è pertanto una logica conseguenza dedurre che alla maggior parte dei lettori di blog su Venezia di questa Venezia reale e concreta non interessa poi molto. Ognuno cerca una propria Venezia, non necessariamente quella vera.

Esistono senza dubbio molte Venezie; una Venezia letteraria (a fairy city of my heart, la chiamò Lord Byron), una cinematografica (un’icona per tutte: Morte a Venezia di Visconti), una pittorica, che fin dai dipinti di Canaletto e Turner si è congedata dalla realtà; sono delle Venezie fittizie, immaginarie e un tantino favolose alle quali si può aggiungere la Venezia edulcorata e un po’ frivola dei blog di oggi.

Però… pensando ai molti cittadini che, nonostante l’ossessivo occhio mondano o catastrofico degli altri, si dedicano con passione a costruire spazi di confronto e di vita sociale, devo ammettere, con sollievo, che Venezia, un tantino favolosa lo è veramente.

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01. maggio 2015 by contemporary venice
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Riaperto il museo del vetro di Murano.

Sala Marie Brandolini con i vetri del Novecento e di artisti e designer contemporanei.

Sala Marie Brandolini con i vetri del Novecento e di artisti e designer contemporanei.

Ripulito, rinnovato e ampliato il museo del vetro di Murano riapre dopo un lungo restauro offrendo ai visitatori non solo un maggiore numero di opere ma soprattutto nuove sale dedicate al vetro contemporaneo che testimoniano la vitalità e la continuità della produzione muranese.

Il museo si articola in un doppio percorso: il primo piano è dedicato alla produzione storica che va dai reperti archeologici di Altino – presentati in un allestimento molto suggestivo – fino alla produzione ottocentesca.

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Al piano terra si trova invece la sala dedicata al Novecento e negli spazi attigui delle ex-Conterie, appena restaurati dal Comune di Venezia, sono previste mostre di maestri contemporanei. Le sale sono precedute da un breve percorso storico, una cinquantina di pezzi che vogliono ricordare che il vetro contemporaneo non appare improvvisamente ma è frutto di una tradizione secolare che ha saputo sempre aggiornarsi.

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Questo felice talento capace di rinnovarsi continuamente lo si comprende bene proprio visitando la parte storica delle collezioni.
Salito lo scalone dell’antico palazzo vescovile ci si ritrova in un salone inondato di luce proveniente dalle finestre sul canale e da un sapiente sistema di illuminazione artificiale che impreziosisce ogni singolo oggetto esposto.

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Qui sono esposti oggetti del periodo d’oro dell’arte muranese, tra il Trecento e il Seicento, un’epoca in cui la ricca e colta clientela veneziana e internazionale, con le sue continue richieste di novità, diede impulso allo sviluppo di nuove tecniche e di ardite sperimentazioni chimiche e artistiche da parte dei maestri muranesi.

La scoperta a metà Quattrocento di un vetro particolarmente trasparente e perciò chiamato cristallino, da parte di Angelo Barovier, un maestro noto anche per il suo interesse per l’alchimia, rese il vetro di Murano celebre in tutta Europa. Nelle teche sono esposti in un tripudio di trasparenze calici, piatti, vassoi, alzate rinascimentali, in forme eleganti che non hanno perso di attualità. Pochi i colori; talvolta un profilo azzurrino oppure, in contrasto, decorazioni a smalto vivaci. Il vetro diviene sempre più raffinato con delicate incisioni a punta di diamante o l’inserimento di canne di vetro bianco a formare spirali o intrecci sottili come filigrana.

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Nel Seicento la delicatezza rinascimentale fa posto a un gusto più stravagante dove gli oggetti mutuano le forme dal mondo animale e floreale e aggiungono alette, creste e festoni.

Lo spirito della ‘dolce vita’ del Rococò settecentesco si riconosce nei lampadari a ciocche di fiori, nei ‘trionfi’, composizioni di piccole architetture usate come centrotavola, e negli specchi con cornici elaborate; oggetti che ancora oggi vengono immediatamente identificati con il lusso dei palazzi veneziani. E’ un’epoca in cui vanno di moda anche i vetri “imitativi”: ecco quello calcedonio, ad imitazione della pietra dura da cui prende il nome, un divertissement che gioca sull’ingannevole durezza dell’oggetto; oppure il vetro bianco detto lattimo, creato per competere con le costosissime porcellane cinesi.

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Se la caduta della Repubblica e la soppressione delle attività artigianali sono all’origine della chiusura di molte fabbriche e di un periodo di declino dell’arte vetraria, già a fine Ottocento c’è una riscoperta di formule chimiche e di tecniche, tra cui quella già presente in epoca romana detta ‘murrina’ che riportano in auge il vetro muranese.

E’ però nel Novecento, quando il vetro si libera da un uso unicamente funzionale e diventa oggetto d’arte che la sensibilità verso il materiale e le acquisite conoscenze, stratificate nei secoli, che i maestri muranesi possiedono quasi fosse ormai parte del patrimonio genetico, portano alla creazione di opere moderne e originali che guadagnano l’attenzione internazionale. Nomi come Venini, Carlo Scarpa, Napoleone Martinuzzi, Alfredo Barbini fanno del vetro di Murano dei veri oggetti di culto.

Ritornati al piano terra, si entra nella nuova sala dei vetri del Novecento e dedicata a Marie Angliviel de la Beaumelle, poi Brandolini d’Adda, conosciuta creatrice di ‘goti’, bicchieri, fantasiosi e colorati, prematuramente scomparsa nel 2013.

Qui si possono ammirare la scultura luminescente a forma di polipo di Maria Grazia Rosin, le bottiglie bicolori di Tapio Wirkkala per Venini, i satiri danzanti di Lucio Bubacco, i vasi dalle vaghe geometrie organiche di Yoichi Ohira e altri grandi artisti e designer.

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Gli ampi spazi delle Conterie, accuratamente restaurati nello spirito del ‘white cube’ ospitano come prima mostra temporanea una personale dedicata a Luciano Vistosi (1931-2010).

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Vistosi si è sempre definito, ed è sempre stato, uno scultore, non un maestro vetraio. Il materiale, il vetro, gli si è posto con tutte le sue questioni di luce e di riflessi che lui ha saputo combinare con la sua ricerca plastica sulle forme.

Per la mostra sono state selezionate un gruppo di opere in bianco e nero; le opere, poste su alti piedistalli, dalle forme organiche nel giro degli spazi cavi e convessi hanno un aspetto assoluto, iconico. E’ un percorso ascetico questo nelle opere di Vistosi che dimostra ancora una volta, come il vetro, se in mano a un grande artefice, diventi un materiale nobile.

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La direzione scientifica del rinnovato museo del vetro è di Gabriella Belli; lo splendido allestimento è di Daniela Ferretti, che ha siglato tra le più belle mostre degli ultimi anni ai Musei Civici, in particolare quelle di Palazzo Fortuny.

Il Museo del Vetro è aperto tutti i giorni dalle 10 alle 17 fino al primo aprile e 10-18 fino al 31 ottobre.
Chiuso 25 dicembre, 1 gennaio, 1 maggio.

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15. febbraio 2015 by contemporary venice
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Di caleidoscopi e altri strumenti per immaginare il mondo

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Con la presentazione di due opere di epoche diverse in dialogo tra di loro, ancora una volta lo spazio culturale Louis Vuitton funge da arena per un viaggio avanti e indietro nel tempo.
Il lavoro di Olafur Eliasson “Your Star House” (2011) e un pantoscopio settecentesco del museo Correr mettono lo spettatore davanti a quella dimensione dell’inaspettato, del nuovo e del meraviglioso che da sempre ha spinto l’uomo ad allargare la sua visione del mondo e le sue conoscenze.

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04. gennaio 2015 by contemporary venice
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Dentro e fuori l’Eden: l’uomo e la natura secondo i Synchrodogs

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Venezia offre ancor più di quel che generalmente si crede. Ultimamente è tutto un fiorire di piccole gallerie interessanti, dove le mostre apparentemente minori sono curate, originali e percettive di quel che avviene nel mondo dell’arte, in particolare quelle organizzate dallo Spazio Punch.

Gestito da due artisti, Lucia Veronesi e Augusto Maurandi, lo Spazio Punch (vedi mio altro articolo qui) si distingue per il taglio delle mostre, spesso dedicate al connubio tra arte e media e per la selezione di artisti dediti alla ricerca e alla sperimentazione sia nelle tecniche che nei temi.

Se dunque approfittate del mese di luglio per vedere la Biennale (il mese migliore, niente code alle biglietterie, né padiglioni o ai caffè) e fate l’immancabile passeggiata alla Giudecca, sempre più ricca di spazi espositivi ma ancora risparmiata dalle grandi masse, non perdete la mostra fotografica di un due giovani artisti che lavorano in Ucraina: Tania Shcheglova e Roman Noven.

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10. luglio 2014 by contemporary venice
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Le rotte impossibili nelle mappe di Déirdre Kelly

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Le mappe di Déirdre Kelly sono distorte, ritagliate e riassemblate secondo i principi incontestabili della visione artistica; arricchite di angeli, di braccia, occhi, gambe, animali o altri oggetti, dipinti o a collage, dichiarano subito la loro natura onirica, poetica, e a volte irreverente. Non adatte alla navigazione, come si dice nel titolo della mostra in corso alla Scuola Internazionale di Arte Grafica di Venezia.

Per secoli l’uomo ha sviluppato strumenti sempre più sofisticati per conoscere e controllare il territorio, e quando nel XX secolo la topografia sembrava non avere più misteri ed essere perfettamente misurabile, quando le carte hanno assunto un valore certo, tanto più nell’arte si è sentito il bisogno di creare cartografie alternative, mappe mentali e sentimentali, geografie sventrate e ricomposte, presentando le carte come bandiere di geopolitiche auspicabili o simboli di iniquità (Da Oldenburg a Jasper Johns a Boetti a Mehretu agli artisti contemporanei che lavorano nel map-making).

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27. maggio 2014 by contemporary venice
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Renaissance: Carpaccio e Bill Viola allo Spazio Vuitton

Bill Viola Emergence

Due artisti separati da 500 anni di storia ma che si pongono la stessa domanda sul significato di vita e morte; media artistici diversi, la pittura ad olio e i video per toccare un tema fondamentale dell’esistenza umana.

L’occasione per questa installazione allo spazio culturale Louis Vuitton è stato la nuova attribuzione di due dipinti a Carpaccio: la Pietà (ca. 1490), di cui la Maison ha generosamente sostenuto il restauro, e una Madonna con Bambino (ca. 1487-88).

Se nel caso della Madonna col Bambino si è ritrovata la firma dell’artista sotto uno strato di vernice che la rendeva illeggibile, nel caso della Pietà si è fatta un’indagine comparativa con altre tavole autografe del pittore.

Due anni separano le due tavole, Carpaccio non aveva nemmeno 25 anni quando le portò a termine.

Carpaccio Madonna

Nella Madonna col Bambino Carpaccio si rifà al modello delle Madonne di Giovanni Bellini, allora indiscusso produttore di immagini sacre a Venezia di cui aveva rinnovato il canone rappresentativo, ma ne semplifica i volumi, schiarisce i colori, e la luce che avvolge madre e figlio non è solenne o mistica, ma radiosa luce veneta.

Carpaccio Pietà

Nella Pietà, la cui monumentalità s’ispira ai modelli in legno e in terracotta di provenienza nordica e allora diffuse nel Veneto, colpisce il gesto della mano di Maria, al centro del dipinto, volta verso l’alto. All’orizzontalità del corpo del Cristo, ripetuta dall’andamento del paesaggio e dalle rocce sulla destra, la mano di Maria oppone un dinamismo verticale che unisce la mano del Figlio caduta sul terreno e ne prefigura l’Ascensione.

I due curatori, Adrien Goety e Hervé Mikaeloff, alla spiritualità rinascimentale hanno accostato due opere di Bill Viola, Eternal Return (2000) e Emergence (2002).

Per l’artista americano, attratto dalla mistica religiosa fin dai tempi del college e dalla pittura rinascimentale italiana, il flusso eterno di vita e morte è uno dei temi più presenti nella sua opera. L’esperienza che più lo ha segnato, racconta in un’intervista, è stato il funerale della madre, dove i gesti dei presenti, le loro emozioni e le loro espressioni mescolandosi alla commemorazione funebre gli si sono presentati con la forza del mistero della transizione tra vita e morte.

Eternal Return

In Eternal Return il video del tuffo di un uomo in acqua è presentato al contrario: l’acqua antico simbolo di dissoluzione delle forme e di morte, e al contempo, con il suo richiamo al liquido amniotico e al battesimo, simbolo di vita, diventa nell’opera di Viola emblema della continua rigenerazione, dove, come dice l’artista “la distanza tra nascita e morte è solo un istante nel tempo”.

In Emergence Viola si riferisce più direttamente al Rinascimento italiano ed in particolare al Cristo in Pietà di Masolino (1424, Empoli). Il tempo del dolore delle due Marie davanti alla tomba del Cristo è dilatato fino a diventare assenza, vuoto. L’emergere poi del Cristo è la consolazione tanto attesa quanto ormai insperata.

Bill Viola

Bella mostra; la sala buia all’ultimo piano del palazzo crea un’atmosfera intima che fa dialogare tra di loro le quattro opere esposte, nonostante i secoli che le separano.

Fino al 25 maggio.

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11. febbraio 2014 by contemporary venice
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Le utopie veneziane di Philippe Calandre

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La fondazione di Jean Michel Wilmotte a Cannaregio ospita fino al 15 febbraio una serie di opere di Philippe Calandre dedicate a Venezia e intitolata ‘Isola Nova’.
Calandre, nato ad Avignone nel 1964, lavora in particolare sulle fotografie di architetture che trasforma, per mezzo di fotomontaggi, in nuove possibilità urbane, spesso con effetti visionari ed onirici.

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20. dicembre 2013 by contemporary venice
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Biennale 2013: ultimi giorni

A pochi giorni dalla chiusura della Biennale, dopo quasi sette mesi, si può cominciare a fare qualche bilancio; ci sono numeri e statistiche, le quotazioni degli artisti, le opere vendute e quelle bocciate. A me però interessa capire se la Biennale è riuscita a fare una narrazione del nostro tempo, se l’enorme numero degli artisti presenti, diversi per media e materiali, per età e nazionalità, siano riusciti a toccare  la sensibilità del  pubblico.

Il padiglione della Russia ad esempio è tra quelli più visitati: in una prima sala un uomo vestito come un broker di Wall Street siede in alto su di una trave e getta le bucce delle noccioline al pubblico, una performance che a me pare una traduzione quasi letterale di ‘croissants al popolo’ in versione peanuts.
Nella sala grande un inginocchiatoio che inequivocabilmente richiama quello delle chiese, permette di pregare rivolti verso il lucernario, dove un disco d’argento dispensa piogge di monete d’oro a coraggiose signore che munite di ombrello si fanno permeare della ricchezza del dio pagano. L’opera di Vadim Zakharov, ‘Danaë’, si dichiara metafora della figura mitologica che Zeus ingravidò sotto forma di pioggia d’oro, con una narrazione semplice e diretta; una performance accattivante e che tutti possono comprendere anche senza conoscere la vicenda mitologica.

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Altri padiglioni sono  più complessi, come quello della Gran Bretagna, dove Jeremy Deller mette in scena, tra luci e ombre, la storia dell’Inghilterra, dai manufatti primitivi trovati nel Tamigi alla visione di una Jersey, paradiso bancario, messa a ferro e fuoco in un prossimo futuro da chi si ribella al potere finanziario.

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Nelle sale del padiglione Deller ritorna su alcune costanti della natura del suo Paese, come l’ostentata forza bellica, che dalle punte di lancia paleolitiche (una forse di 400 mila anni, che si tocca con un po’ di emozione) arriva alla guerra in Iraq e Afghanistan, vista dagli occhi di ex militari ora in carcere, alle fotografie della guerra in Irlanda del Nord, come quelle della ‘Bloody Sunday’ quando nel 1972 a Derry l’esercito inglese sparò contro dimostranti civili.

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18. novembre 2013 by contemporary venice
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