“Innesti” contemporanei: la chiesa di Santa Marta. Di Vincenzo Casali

Condividiamo volentieri un articolo della rivista online Aartic Magazine con l’auspicio di creare una rete di collaborazione con tutti coloro che danno spazio e voce a chi, a Venezia, continua a guardare avanti, a produrre e a credere in una città che vive.Santa Marta2

Spazio Architettura

In architettura ed in arte, lavorare per il “contemporaneo” in Italia è molto difficile, a Venezia ancora di più. Lo sanno gli autori, i galleristi, i curatori, i tecnici, tutti coloro insomma che per varie ragioni appartengono culturalmente a questa sfera e ne condividono le esperienze.

Abbiamo leggi e regolamenti che vietano possibili esperienze di architettura che impongono di “mitigare” a prescindere dal progetto che la definirà. E’ un timore preventivo, che riflette un sentimento diffuso di paura – lo si legge negli articoli a stampa, nei media in generale, nei blog e nei social network, nella politica parlata ed in quella partecipata – che trova un immediato e trasversale consenso.

Raccolgo di seguito alcune immagini di un lavoro del mio studio, in cui l’esperienza del contemporaneo è “presenza non richiesta” e che, non venendo dichiarata in anticipo come tale o presentata, nelle infinite sessioni di approvazione burocratica, come necessario elemento tecnico-tecnologico, non è stata neppure decisamente osteggiata.

 Santa Marta

– Venezia, recupero ex-Chiesa di S. Marta”, 2005 – 2007, con Vittorio De Feo –

Abbiamo affiancato Vittorio De Feo in questa sua idea di una piccola nuova architettura all’interno di un volume preesistente. Vittorio è mancato all’inizio del lavoro, abbiamo fatto appena in tempo a lavorare con lui all’ingegnerizzazione del progetto preliminare di questo suo oggetto. Per me è stato un vincolo d’onore difendere quell’idea e portarla a termine così come l’avevamo discussa. Abbiamo ampliato il progetto fino alla progettazione dell’area esterna ed al suo rapporto con il contesto urbano in cui si trova.

All’interno ho impostato il rapporto tra i materiali esistenti (i muri di mattoni, l’intonaco rimasto, le capriate in larice) e quelli del progetto (il legno di pero, la nuova pavimentazione in rosso di Verona) secondo il parametro della loro opacità. E’ questa ciò che lega entrambe le presenze e che sostiene la coerenza del loro stare assieme. M’interessa ribadirlo, perché il nostro cliente si aspettava un più consueto nuovo intonaco alle pareti, marmo lucido al pavimento e legno verniciato e scintillante.

E’ in questo passaggio che entra in scena la consapevolezza di lavorare ad un insieme. E’ una procedura che mi appartiene: per la mia esperienza diretta di artista, e per avere lavorato per trent’anni affiancando gli artisti contemporanei che si misurano con gli ambienti preesistenti in cui inserire il loro intervento o le loro opere.

Nell’ex chiesa di S. Marta siamo di fronte a due presenze di natura opposta: da un lato, lo spazio che accoglie questa nuova architettura è costituito da muri che raccontano la loro storia, per chi la volesse leggere anche nel dettaglio. Il progetto di restauro di Giovanna dell’Aquila e Michela Temolo è stato molto preciso e filologico.

Dall’altro lato, la nuova architettura assomiglia ai modelli in legno dei progetti, qui in scala esagerata tanto da consentire a chiunque di percorrerla ai vari livelli.

Il luogo che contiene ha una storia, l’oggetto architettonico contenuto ne propone una nuova e ne suggerisce altre del tutto personali.

All’esterno la chiesa affaccia verso un’area scoperta, che oggi è destinata a parcheggio, oltre la quale però si apre una meravigliosa vista della laguna con una luce che dura l’intera giornata, perché non ci sono ostacoli all’intero percorso del sole.

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Come catturare quella luce? La chiesa ha piccolissime aperture, è un bellissimo volume compatto.

L’abbiamo fatto con l’aiuto di un necessario artificio tecnico: una presa di ricambio aria dell’impianto interno di condizionamento che il progettista degli impianti pensava di mascherare imitando una vera da pozzo, facendola finta e posizionandola più o meno davanti all’ingresso sul fianco. Abbiamo invece progettato un volume netto e preciso, una lastra che contiene il volume d’aria sufficiente al ricambio degli impianti.

Ho inteso quell’oggetto come una scultura – ma non l’ho certamente presentata come tale al cliente e alle autorità, che altrimenti l’avrebbero bocciata – un monolite che catturasse e riflettesse l’energia di quello spazio naturalmente preesistente all’attuale parcheggio. Un monolite come quello di 2001 Odissea nello Spazio, ma di rame lucente (la venice l’abbiamo comperata in Inghilterra con la consulenza di Morigi, una esperto di restauro di grandi sculture in bronzo) per mantenerlo arancione, come quando arriva in cantiere prima di iniziare ad ossidarsi.

L’intenzione della composizione raccoglie questi oggetti d’architettura in un insieme: la chiesa è posta (è progettata come se fosse) sopra ad un piedestallo, che la isola dall’indefinitezza del resto del contesto. Ha un volume talmente puro che sembra qualcosa di arrivato lì per ultimo, mentre è – al contrario – la più antica presenza: la chiesa di un convento ormai scomparso.

Il piedestallo è in trachite, la pietra delle pavimentazioni veneziane, ma tagliata a spigolo vivo: ciò che la rende diversa dai “masegni” che nei loro scalpellati lati arrotondati portano addosso i segni dei secoli.

Tra la parete di rame e quella della chiesa ho posizionato una panca in blocchi di trachite lunga complessivamente 20 metri: un’opera a terra che mostra a tutto tondo, e non solo attraverso la sua superficie, la natura di quella pietra. I blocchi hanno un 30% d’imperfezione, perché si legga la venatura del materiale nei punti in cui la geometria degli spigoli vivi lascia il passo alla natura.

Tra l’altra parete della chiesa e alcuni edifici che l’affiancano, perché ne fosse isolata ho costruito una parete lineare dritta come un colpo di fucile, in blocchi di cemento dipinti di nero. Questa parete nera incornicia, definisce e chiude il piedistallo di trachite e fa di questo insieme qualcosa di finalmente concluso.

Negli anni, lo spazio della chiesa ha subito molte variazioni: all’interno per l’uso che se ne fa di volta in volta. All’esterno per un comune vandalismo andato in crescendo.

La scultura in pietra è stata “naturalmente” scomposta da ragazzi che frequentano l’area, ed ha preso una forma imprevista e meno lineare. Il monolite è soggetto alle solite pratiche di graffito, che si sono sovrapposte ad un intervento di Maurizio Pellegrin (che ha punzonato i numeri del quadrato magico di Dürer sul lato verso la parete della chiesa) e che lo hanno quasi completamente coperto. Ma resta la sua presenza in rapporto alla luce: ogni volta che passo di là, il suo colore si accende ogni volta diverso.

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Attraverso i vetri o quando il portone resta aperto e si attiva il rapporto di scambio tra interno ed esterno, i riflessi di quella parete colorano di diversi gradi di arancione la cavea dell’auditorium. E’ il mio personale omaggio a Vittorio de Feo: una luce che tocca dall’esterno la sua idea di architettura. Una presenza leggera e mutevole, che può raccogliere solo chi spende del tempo in quello spazio, perché lo sta usando, o perché vi spende una pausa ed ascolta risuonare le sue proprie sensazioni.

di  Vincenzo Casali

 

 

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22. maggio 2015 by contemporary venice
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