Biennale: il mondo allo specchio nell’età dell’ansia di Enwezor.

Adrian Piper, The Probable Trust Registry: The Rules of the Game #1–3

Nonostante la Biennale di Okwui Enwezor non sia certo facile, l’ultima settimana è affollatissima, con migliaia di visitatori in coda e a ben ragione.
Non è una mostra da perdere.

Dimenticate il rapimento estatico dell’arte, le sue potenzialità riparatrici o la possibilità di fuga dal male del mondo. E’ invece proprio al centro dei mali del mondo che Enwezor ha voluto portarci, scegliendo opere che parlano di diritti negati, di guerre, della disperazione dei migranti, di politiche predatorie, di razzismo. Nelle sale, opera dopo opera si viene rimbalzati da un dramma all’altro, in un percorso che obbliga anche i più renitenti ad una presa di coscienza dei problemi che affliggono la nostra società.

Già davanti all’ingresso del padiglione centrale ai Giardini, le bandiere nere di Oscar Murillo, cortine che si devono necessariamente oltrepassare, segnalano che si sta per entrare in un territorio pericoloso, senza più confini certi, né luoghi in cui poter trovare rifugio.

Oscar Murillo, signalling devices now in bastard territory

Se il capitalismo, che costituisce il tema centrale della mostra di Enwezor, è tanto pervasivo da determinare le economie di tutti i Paesi in un sistema di interdipendenza reciproca, altrettanto universali sono i conflitti sociali, gli scontri tra chi chiede e chi nega, tra chi vuole imporre e chi si ribella.

La supremazia geopolitica come abuso delle risorse dei paesi assoggettati, è il tema di Coronation Park, l’installazione degli indiani Raqs Media Collective, dove interpretazioni di frammenti di quelle che erano nel passato le statue di re e imperatori britannici in India, collocati davanti ai padiglioni delle grandi nazioni, fungono da ‘memento mori’: un messaggio che ogni potere è temporaneo e destinato a finire in macerie.

Raqs Media Collective, Coronation Park

L’australiano Daniel Boyd si serve invece della tecnica di pittura aborigena a righe puntinate e onde grafiche per parlare delle politiche predatorie che hanno caratterizzato la storia dell’Australia, dal capitano Cook in poi.

I collage luminosi di Ellen Gallagher rimandano alla tragedia dello schiavismo e in particolare alla pratica atroce di gettare in mare le donne incinte; pratica che ha ispirato il mito di Drexciya, mitica Atlandide sottomarina abitata dai figli delle donne uccise.

Il mare come spazio di vita e morte è il tema del video Vertigo Sea di John Akomfrah, dove nella caccia alla balena s’intrecciano violenza, sopravvivenza e sopraffazione, e dove la lotta mitica tra uomo e natura si allarga al contemporaneo e instabile rapporto tra l’uomo e l’ambiente.

Nelle stampe di Runo Lagomarsino il mare Mediterraneo, nel quale ha immerso delle carte fotosensibili dipinte di blu, diventa la Muralia Azul, una barriera contro i barbari invasori di sempre, i migranti che si muovono da costa a costa.

Il ruolo pervasivo del Capitalismo, la sua intrusione nella vita dei singoli individui viene sottolineata più volte. Nell’arena rossa del padiglione centrale, luogo di performance e cuore pulsante di un’arte che si esaurisce nel momento stesso in cui viene compiuto l’ultimo gesto, ogni giorno attori professionisti leggono dei passi dal Capitale di Marx; Isaac Julien, che l’ha coreografato, ha presentato  anche il video di un incontro a Londra con David Harvey, uno dei massimi studiosi di Marx.
Se la disamina attraverso il testo e il documentario formano la parte scientifica sul Capitalismo, il suo precipitato nel quotidiano si trova in particolare nelle opere alle Corderie dell’Arsenale.

Uno dei migliori lavori è senza dubbio Labour in a single shot, un progetto di Harun Farocki (1944-2014, menzione speciale della giuria) e Antje Ehmann sviluppato assieme ad un gruppo di registi internazionali che hanno prodotto 90 video sul tema del lavoro in tutti i suoi aspetti: dal dentista chino sul paziente che si fa un selfie all’operatrice di un call center pornografico; dalle persone mascherate da Lenin e Stalin che si fanno fotografare dai turisti ai ragazzini che trasportano blocchi di ghiaccio in bicicletta; i video coinvolgono lo spettatore in un vero e proprio giro del mondo attraverso il quotidiano. Bello anche il video del sudafricano Joachim Schoenfeldt, Factory Drawing, dove immagini di operazioni manuali, fatte con l’ausilio di un macchinario o uno strumento, scorrono velocissime rivelando una sottile pericolosità non solo nei gesti ma nel rapporto uomo-macchina.

Uno dei temi principale è quello dei diritti delle donne, tanto che il leone d’argento è andato al sudcoreano Im Heung–Soon per il documentario Factory Complex sulla drammatica situazione delle donne nelle fabbriche tessili in diversi paesi asiatici. La svedese Petra Bauer presenta foto d’archivio di donne socialiste che con modi sovversivi, alla fine dell’800 e inizio ‘900 si facevano fotografare in gruppo per definire la loro identità di soggetto politico. Ci sono poi i tappeti di Maja Bajevic fatti dalle donne di Sebrenica che rappresentano astratti grafici finanziari, metafora di come il capitale sia alla base di guerre e azioni militari, penetrando con violenza nell’intimità delle case. Nel video di Wangechi Mutu The End of Carrying All una donna africana porta il suo fardello che ad ogni passo diventa più pesante, più insopportabile; alla fine del faticoso percorso non c’è altro che la fine e sommersa da quel che ha accumulato ne viene letteralmente inghiottita.

Il maggior numero di opere sono però dedicate alle devastazioni della guerra: dal cannone-giocattolo di Pino Pascali alle maschere d’acciaio mostruose di Melvin Edwards, ai delicati disegni di Tiffany Chung con i diagrammi relativi ai morti, ai rifugiati, ai bombardamenti della guerra in Siria, alla collisione dei proiettili di armi diverse del duo vietnamita Propeller Group, come sogno di una utopica sospensione dalla violenza, al desiderio di pace dell’iracheno Iwa K., che fonde armi usate nella guerra Iraq-Iran in una fonderia del Kurdistan per far poi forgiare il metallo in una campana da una officina italiana.

Tiffany Chung, Syrian Project

Gli argomenti scelti da Enwezor toccano il quotidiano di tutti, eppure, oltre a essere temi che uniscono le persone, diventano allo stesso tempo territori di confronto e di conflitto tra chi opprime e chi subisce, generando meccanismi continui di lotta tra le due parti.

La Biennale di Enwezor è dura e coraggiosa; è una mostra dichiaratamente politica che pone la questione dei futuri possibili lasciandola volutamente aperta.
Se da un lato l’aspetto curatoriale è molto forte, con una scelta di temi e opere che formano una narrazione programmatica coerente, dall’altro lato Enwezor non vuole influenzare in nessun modo le possibili risposte alla domanda del titolo; tuttavia il percorso scelto per All the World’s Futures è già una sua personale proposta: la necessità di essere coscienti di quello che succede nel mondo.

La giuria, dando il Leone d’Oro all’artista americana Adrian Piper per il suo The Probable Trust Registry: The Rules of the Game #1–3 sembra aver voluto dare una prima risposta. L’opera di Piper offre ad ogni visitatore la possibilità di impegnarsi moralmente in un patto con se stesso. Si può firmare un vero e proprio contratto scegliendo tra tre frasi proposte: farò sempre quello che dico che voglio fare; sarò troppo caro per essere comprato; crederò sempre in quello che dico. Dopo aver firmato nessuno verà a controllare se davvero manterrete la parola. Il contratto è con voi stessi. Per la giuria dunque, un futuro possibile è quello della responsabilità individuale.

Non è una Biennale facile ma è certamente capace di cogliere le molte sfumature della nostra epoca che Enwezor chiama ‘the age of anxiety’.
Faticosa o meno, la Biennale, proprio perché ci mette continuamente davanti allo specchio, va sempre vista.

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16. novembre 2015 by contemporary venice
Categories: Arte, Mostre temporanee | Tags: , , , , , | Commenti disabilitati su Biennale: il mondo allo specchio nell’età dell’ansia di Enwezor.