La guerra del Congo tra estetizzazione ed orrore: RICHARD MOSSE al padiglione Irlanda

 

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Una guerra dimenticata quella del Congo, anche se dal 1998 ad oggi ha fatto oltre 5 milioni di morti. Una guerra che i media tradizionali fanno fatica a spiegare, dove una ventina di gruppi armati, stupri, menomazioni, torture, fame e su tutto, i diamanti, rendono la sua tragedia paradossalmente invisibile.

Negli ultimi tre anni Richard Mosse, artista irlandese nato nel 1980, e i suoi collaboratori Trevor Tweeten e Ben Frost, hanno seguito i ribelli armati producendo un’opera che va ben oltre il valore documentario.

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Il video di Mosse, 39 minuti girati su pellicola infrarosso 16 mm, provoca un effetto straniante. I grandi paesaggi della giungla equatoriale del Congo, filtrati attraverso il particolare mezzo di ripresa, si tingono di rosa, di magenta, di rosso dando l’impressione di una visione onirica completamente staccata dalla realtà. Eppure in quel mondo continua a svolgersi il dramma della guerra, di cui Mosse non ci fa dimentichi nemmeno per un istante: soldati con armi in pugno che si muovono tra i campi rosati, cadaveri sulla strada, spari, esercitazioni e le baraccopoli in cui la gente sofferente e rassegnata sopravvive, provvisoriamente.

Il video viene proiettato su più schermi tra i quali ci si muove come in un’opera immersiva, cogliendo simultaneamente frammenti di immagini di ruscelli, del mare aperto, degli uomini o delle colline. Non c’è narrazione, né Mosse offre, come tanta fotografia di guerra, primi piani cruenti o centrati sulla sofferenza del singolo.

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E’ invece il contrasto tra le dominanti tonalità dei rosa, il colore della felicità e della leggerezza per eccellenza, l’apparente serenità di un orizzonte che pare sempre lo stesso e l’orrore di una delle guerre più crudeli in corso a provocare la sensazione di incredulità e allo stesso tempo di partecipazione emotiva.

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Non è solo un ripensamento del reportage di guerra; l’estetica della fotografia non ha alcun effetto sedativo né volontà seduttiva, ma anzi ha il potere di rivelare, proprio come l’utilizzo dell’infrarosso, la presenza di una tragedia di proporzioni disumane.

Mosse cerca e trova nella coscienza dello spettatore quella fessura dove infilare la gamba, per così dire; ne abbassa le difese (con grandi paesaggi e colori gioiosi) e poi gli tira una sberla.

Uno dei padiglioni imperdibili della Biennale, peccato che non abbia ricevuto nemmeno una menzione.

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05. giugno 2013 by contemporary venice
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