Biennale, Mose e grandi navi.

Tramonto

In un articolo su The Art Newspaper, Anna Somers Cocks richiama l’attenzione dei visitatori della Biennale sui problemi della città, in particolare su quelli legati all’innalzamento dell’acqua in laguna, alle grandi navi e al Mose. Somers Cocks invita a scrivere all’Unesco chiedendo l’intervento di un’istituzione sovranazionale al fine di creare un progetto a lungo termine per la salvaguardia di Venezia.

Che cos’hanno in comune, oltre al fatto di riguardare Venezia, la questione delle grandi navi, il Mose e la Biennale? A vederla bene, sono tutti aspetti che riguardano la modernità – intesa come sinonimo di cultura del presente – di Venezia, quella economica, politica e culturale.

Quando si parla della complessa questione della laguna, chi è favorevole alle devastazioni della sua morfologia degli ultimi decenni ricorda che la laguna fin dal medioevo è stata oggetto di costanti modifiche al fine di ottenere caratteristiche – quali la difesa militare per mezzo del mantenimento di zone paludose, l’accessibilità delle navi attraverso canali navigabili, lo scambio di acqua a garantire una discreta salubrità – utili ad abitarci.
Perciò, dicono alcuni, sarebbe da ipocriti schierarsi contro le nuove forme di sviluppo.

Ora però le alterazioni stanno facendo scomparire secolari tradizioni che sono sempre state parte integrante della vita della laguna – come ad esempio il muoversi con barche a remi. Ciò non significa che a Venezia si debba continuare a vivere come nel passato – nessuna città vuole diventare il museo di se stessa, né essere condannata a rivivere costantemente la propria storia.
Bisogna però essere consapevoli che canali come quello dei petroli (largo fino a 200 metri e profondo fino a 17), quello di Malamocco o quello della Giudecca hanno aumentato l’invaso della laguna, modificandone flora, fauna, correnti e abitudini di chi la abita; soprattutto l’hanno resa più fragile, mettendo la stessa città a rischio ecologico.

Non solo le grandi navi ma anche i motoscafi contribuiscono in modo consistente a deteriorare le rive; oggi i motori elettrici potrebbero limitare molto il danno, ma nessuna giunta comunale ha avuto il coraggio di renderli obbligatori (come invece è stato fatto ad Amsterdam).

Riva davanti a Ca' Zenobio con i gradini in parte crollati.

Riva davanti a Ca’ Zenobio con i gradini in parte crollati.

Il progetto di una metropolitana sublagunare con stazioni di uscita che potrebbero essere alte 10-20 metri sarebbe una violenza idrogeologica ed estetica senza pari; e 25 milioni di turisti all’anno stanno letteralmente consumando la città.

Il voler imporre questa modernità a una città come Venezia, così unica nel suo modo di vivere, è frutto di un’ideologia della globalizzazione secondo la quale in qualunque luogo si può fare qualsiasi cosa: lo stesso grattacielo a Dubai, Londra o Shanghai; gli stessi mezzi di trasporto a Chicago o a Venezia.

Salvo poi, come dimostra l’Expo di Milano, voler andare alla ricerca delle identità territoriali, costruendo i padiglioni ispirandosi ai modelli delle tradizioni locali (ad esempio, quello giapponese con elementi delle case di Kioto, quello tailandese a forma di cappello di pescatore) o di resuscitare le tradizioni artigianali per la durata della mostra, trattando così l’identità culturale come un elemento esotico da ripescare nel passato e mettere in mostra a una fiera.

Nella pratica quotidiana, invece, si costruiscono edifici interscambiabili, si favoriscono le multinazionali e le produzioni industriali di massa che omologano le città e i territori; da Siena a Sydney si trovano gli stessi negozi, le stesse catene di ristoranti.

Venezia invece possiede la magia di uno spazio unico, che richiederebbe una profonda riflessione prima di ogni intervento sul suo habitat.

Mi piace pensare che alla base dello straordinario potere politico, economico e culturale della Venezia storica stesse anche il suo speciale modo di vivere: niente carri o carrozze ma gambe e barche, in un costante rapporto fisico con l’ambiente. La modernità, pur con i suoi modi e i suoi linguaggi, dovrebbe continuare a vivificare questo rapporto tra uomo e ambiente.

Quando venite a Venezia, guardate il Canal Grande invaso da turisti in motoscafo che sembrano fare il giro su una giostra.
Se si rimane indifferenti davanti alla violenza che le grandi navi, il numero dei motoscafi e il numero dei turisti esercitano su Venezia allora si può anche prendere in considerazione di far arrivare una strada da piazzale Roma a San Francesco della Vigna. Si spostano le fermate dei vaporetti dall’altra parte della strada, si costruisce un parcheggio subacqueo e Venezia diventa più “comoda”, “più facile da raggiungere”. Non è una mia esagerazione, è già stato ipotizzato. Basta una politica con ancora meno scrupoli di quella di oggi, interessi economici più aggressivi, una comunità residente ancora più piccola e il gioco è fatto.

Turismo a San Marco

Turismo a San Marco

Veniamo ora a questa edizione 2015 della Biennale d’Arte, vera e propria industria culturale che guarda con soddisfazione ai grandi numeri: solo nel padiglione centrale sono presenti 136 artisti; una novantina i Paesi partecipanti, e, se si contano, oltre alle mostre principali ai Giardini e all’Arsenale, anche i padiglioni esterni e gli eventi collaterali, si arriva a 135 eventi; senza dimenticare tutte le altre mostre organizzate per l’occasione. I numeri dei visitatori sono tornati ad essere quelli di prima della Grande Guerra, quando erano circa 450 mila, ora siamo intorno al mezzo milione.

Per sei mesi Venezia sarà completamente trasformata da migliaia di opere disseminate per la città: opere a volte controverse, discutibili, inguardabili, insipide, folgoranti, sorprendenti, spiazzanti. Opere, insomma, che riflettono l’identità del nostro presente, nelle quali possiamo riconoscere quello che amiamo, temiamo o detestiamo.

Liu Ruo Wang

Lupi di ferro dell’artista cinese Liu Ruo Wang. Al centro copia della Pietà di Michelangelo. Simboleggiano la precarietà dell’arte e la persecuzione religiosa.

Ma Venezia, con la sua storia, ci sarà ancora, e ben presente: basterà svoltare un angolo per passare da Tiziano a Cy Twombly, dal Capitale di Marx alle icone greche, dai video ossessivi di Mosquito al rigorismo di Palladio.
In una città storica come Venezia passato e presente precipitano insieme; in questi sei mesi ottocento anni di arte compressi in una superficie piccola e densa daranno luogo ad una visione caleidoscopica sulla storia della nostra cultura.
La Biennale, però, è un evento temporaneo e come tale, la sua struttura è effimera. A novembre le opere torneranno da dove sono venute, i palazzi che le ospitavano verranno richiusi e rimarranno solo le impressioni e l’impatto che l’arte può avere su ogni individuo.
La Biennale quindi, pur nella sua forma ossessiva dei grandi numeri, è vera continuazione di quel laboratorio culturale che è stata la Venezia storica, luogo di fiere e di mercati dove uomini e donne si scambiavano conoscenze, apprendevano nuove informazioni, elaboravano nuove idee.

Sono perciò d’accordo con Anna Somers Cocks di chiedere ai visitatori della Biennale di mettere una firma a favore di questa Venezia; poiché il mettere una firma contro gli interventi invasivi significa bene essere a favore di un’altra visione di città.
E mi piacerebbe molto che il discorso, necessario, sull’adeguamento delle strutture, su nuove forme di economia, di architettura e del vivere quotidiano a Venezia prendesse maggiormente in considerazione quelli che sono i comportamenti, i modi e i bisogni che hanno dato prova, nel tempo, di essere quelli più durevoli e rispondenti alla specificità del luogo.

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05. maggio 2015 by contemporary venice
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