Biennale 2015: All the World’s Futures ai Giardini

Fabio Mauri

Meglio andare preparati a questa Biennale: la mostra All the World’s Futures curata da Okwui Enwezor, nonostante il titolo, non offre facili consolazioni, né visioni zuccherose sui nostri possibili futuri. Le opere da lui scelte ci restituiscono l’immagine di una realtà dura, contraddistinta da ingiustizia sociale e dall’impegno di chi lotta per i diritti, per i propri e per quelli di tutti.

Enwezor pone la domanda su come l’arte si sia confrontata con questa Age of Anxiety, e con quali risultati, dando spazio a diverse forme artistiche, dalla musica alla performance, dalle installazioni visive e sonore alla pittura, dalle sculture alle fotografie. Tre sono le chiavi di lettura proposte, tre modi diversi di interpretare le ansie contemporanee: il giardino del disordine come capovolgimento dell’utopia di un mondo ordinato, cui i Giardini della Biennale con i loro padiglioni nazionali hanno cercato di conformarsi; la durata epica attraverso la presenza di molte performance che si distinguono per la propria limitata temporalità; il Capitale di Marx, che non intende certo dare un orientamento politico di tipo marxista alla mostra quanto piuttosto rilevare la presenza prepotente dei capitali finanziari in ogni aspetto della nostra società.

Un altro elemento, non dichiarato esplicitamente dal curatore ma che caratterizza fortemente questa 56. Biennale, è la presenza di molti artisti africani e afro-occidentali, che spesso hanno conosciuto di persona l’odio razziale, l’emarginazione, i pregiudizi. La stessa Adrian Piper, la vincitrice del Leone d’Oro, afroamericana di pelle chiara, è stata protagonista di molte performance in cui si travestiva da afroamericano secondo gli stereotipi in voga, con la parrucca riccia e i baffi.

All’esterno del padiglione centrale due lavori di artisti contemporanei marcano programmaticamente l’itinerario tematico della mostra: le bandiere nere del colombiano Oscar Murillo, Signaling Devices in Now Bastard Territories (2013) negano ogni specificità nazionale in un mondo sempre più incline verso forme di meticciato culturale, e dichiarano sorpassata la struttura a padiglioni nazionali delle Biennale – anche se è proprio questa struttura che oggi permette di riflettere sul valore e sulla permanenza di diverse culture locali in un mondo dai confini labili.

I neon del newyorchese Glenn Ligon, invece, Blues Blood Bruise (2015) alludono alla rivolta di Harlem del 1964 e alla denuncia di sei adolescenti delle brutalità subite per opera della polizia con un evidente richiamo, nella parola blues, ad una continuità storica della violenza contro le comunità afroamericane.

Nella prima sala, sotto i dipinti (1909) di Galileo Chini s’incontrano tre opere di Fabio Mauri (1926-2009), tra cui Muro occidentale o del pianto (1993); una parete fatta di valigie che nel titolo indica il muro di Gerusalemme, e nella forma evoca immediatamente la deportazione degli ebrei; ma anche, come scrive Mauri, altre trasmigrazioni di chi è costretto a espatriare.
L’opera di Mauri ricorda che qualsiasi discorso sul ventesimo secolo non può prescindere dalla Shoah. Non c’è modo di parlare di schiavismo, di odio razziale o di abusi senza misurarsi con la più grande tragedia umana, quella che ha compreso in sé tutte queste forme di violenza, annientando insieme al popolo ebraico, anche ogni accezione di umanità.

Se l’opera di Mauri è contemporaneamente memoriale, tributo e monito contro altre possibili future catastrofi umane, l’altra sala che permea di senso l’intera mostra è l’arena rossa, il luogo deputato alla lettura del Capitale da parte di attori professionisti e alle molte performance, video e installazioni sonore per lo più centrate sullo sfruttamento dei lavoratori; l’arena, luogo di confronto e dibattiti, diviene così vero e proprio teatro sociale.

Nelle sale, sempre un po’ affaticanti per l’andamento labirintico del padiglione, le opere in mostra sono sia di artisti contemporanei che omaggi antologici ad artisti come Fabio Mauri, Marcel Broodthaers, Walker Evans.

Molte e diverse sono anche le forme artistiche: performance, fotografia, pittura, scultura, installazioni.
Ci sono le celeberrime fotografie di Walker Evans sulla povertà nell’America rurale negli anni Trenta; quelle scelte dall’austriaco Peter Friedl da giornali e riviste per descrivere un secolo di rivolte, lotte sociali, aggregazioni collettive; quelle raccolte da Jeremy Deller sulle operaie di fine Ottocento nel Galles; ci sono i disegni di dimostrazioni tratti dalle fotografie dell’Herald Tribune che il tailandese Rirkrit Tiravanija ha fatto eseguire ad artisti connazionali.

C’è la pittura, quella dell’egiziana Inji Efflatoun (1924-1989), che rappresenta un Egitto sempre troppo povero; ci sono i martiri del rumeno Victor Man e i teschi della sudafricana Marlene Dumas, che pur con tono poetico trattano la continua sofferenza umana.

Marlene Dumas

C’è il tema del mare, come spazio di speranza e timore per milioni di migranti nelle carte azzurre, immerse nel Mediterraneo, dell’italo-argentino Runo Lagomarsino; le geografie politiche imposte con la violenza nelle mappe delle isola Marshall dell’australiano Daniel Boyd; c’è il mare tra sublime bellezza e brutale violenza nel video del ghaniano John Akomfrah, e i miti consolatori dell’americana Ellen Gallagher, quello dell’Atlantide nera popolata dai bambini nati da donne incinta gettate fuori bordo dalle navi negriere.

Ellen Gallagher

Poche le opere che fanno respirare, e tra queste Earth’s Creation dell’australiana, aborigena, Emily Kame Kngwarreye (1910-1996): un paesaggio dopo la pioggia, con macchie e punti di colori brillanti; un quadro immersivo, un omaggio alla meraviglia della natura.

Courtesy of Mbantua Gallery Cultural Museum. Photo-Mbantua-Gallery

Courtesy of Mbantua Gallery Cultural Museum.
Photo-Mbantua-Gallery

All the World’s Futures mostra i conflitti presenti in ogni continente e in ogni società; mette in scena chi subisce, mentre chi infligge rimane, anonimo, nell’ombra, come fosse un serpente con troppe teste per poter decidere quale esibire. Eppure, in mezzo alla tanta inaudita violenza che marca la nostra storia più recente, è proprio l’atto della protesta, della dimostrazione, della denuncia, come, ad esempio, quella dei ragazzi di Harlem, che dicono quale sia uno dei futuri auspicabili, tra i tanti possibili.

Fuori dal padiglione di Enwezor, Olanda, Stati Uniti, Australia, Francia, Austria e altri Paesi ne propongono un altro, non alternativo a quello della lotta per i diritti ma più lirico; quello di un rinnovato rapporto d’amore con la Natura.
Questo in un prossimo articolo.

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14. giugno 2015 by contemporary venice
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