Biennale 2013: ultimi giorni

A pochi giorni dalla chiusura della Biennale, dopo quasi sette mesi, si può cominciare a fare qualche bilancio; ci sono numeri e statistiche, le quotazioni degli artisti, le opere vendute e quelle bocciate. A me però interessa capire se la Biennale è riuscita a fare una narrazione del nostro tempo, se l’enorme numero degli artisti presenti, diversi per media e materiali, per età e nazionalità, siano riusciti a toccare  la sensibilità del  pubblico.

Il padiglione della Russia ad esempio è tra quelli più visitati: in una prima sala un uomo vestito come un broker di Wall Street siede in alto su di una trave e getta le bucce delle noccioline al pubblico, una performance che a me pare una traduzione quasi letterale di ‘croissants al popolo’ in versione peanuts.
Nella sala grande un inginocchiatoio che inequivocabilmente richiama quello delle chiese, permette di pregare rivolti verso il lucernario, dove un disco d’argento dispensa piogge di monete d’oro a coraggiose signore che munite di ombrello si fanno permeare della ricchezza del dio pagano. L’opera di Vadim Zakharov, ‘Danaë’, si dichiara metafora della figura mitologica che Zeus ingravidò sotto forma di pioggia d’oro, con una narrazione semplice e diretta; una performance accattivante e che tutti possono comprendere anche senza conoscere la vicenda mitologica.

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Altri padiglioni sono  più complessi, come quello della Gran Bretagna, dove Jeremy Deller mette in scena, tra luci e ombre, la storia dell’Inghilterra, dai manufatti primitivi trovati nel Tamigi alla visione di una Jersey, paradiso bancario, messa a ferro e fuoco in un prossimo futuro da chi si ribella al potere finanziario.

Jersey

Nelle sale del padiglione Deller ritorna su alcune costanti della natura del suo Paese, come l’ostentata forza bellica, che dalle punte di lancia paleolitiche (una forse di 400 mila anni, che si tocca con un po’ di emozione) arriva alla guerra in Iraq e Afghanistan, vista dagli occhi di ex militari ora in carcere, alle fotografie della guerra in Irlanda del Nord, come quelle della ‘Bloody Sunday’ quando nel 1972 a Derry l’esercito inglese sparò contro dimostranti civili.

Deller

Tra un’immagine di guerra e l’altra si trovano una sala da tè, alcune fotografie della prima tournee di David Bowie, Ziggy Stardust (che iniziò pochi giorni dopo la tragedia di Derry), le stoffe stampate a mano da William Morris, che con il movimento degli Arts & Crafts voleva restituire dignità alla creatività del lavoro manuale e artigiano.

Deller inoltre non rinnega mai la sua vena socialista e il sogno di una rivoluzione contro gli sfruttatori di ogni tempo e luogo, a cominciare dalla citata futuristica ribellione a Jersey, all’immagine di William Morris che torna dal passato per affondare il lussuoso yacht di Abramovic, multimilionario russo residente in Inghilterra, simbolo di quella élite economica russa che ha portato alla rovina il proprio Paese, contribuendo alla dissoluzione del patrimonio pubblico industriale sovietico.

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Infine il video, che ripercorre i motivi che hanno ispirato l’artista, si apre con un paesaggio quasi incantato dove compaiono dapprima uccelli predatori, poi l’artiglio meccanico di una scavatrice che distrugge una Range Rover in un quartiere industriale alla Dickens. Il video continua con un enorme gonfiabile di Stonehenge (una delle opere di Deller) dove moltitudini di bambini si divertono a fare salti e capriole, così che l’apparente desacralizzazione iniziale si trasforma in pura gioia vitale.

Il video continua con una parata nelle strade di Londra, e tra le professioni ed i mestieri, tra educatori, giudici e pompieri, sfilano immancabili i soldati di ogni arma, con carrarmati e cannoni; che nessuno pensi che la Gran Bretagna abdichi dal suo ruolo di potenza militare. Il tutto accompagnato da una musica frizzante ed energica, suonata da un’orchestra composta da uomini e donne, di età, colore, peso e carattere diversi tra loro. Un video quasi catartico che celebra l’eterogeneità e l’unità del popolo inglese.
Nella diatriba sui padiglioni nazionali, se siano ormai sorpassati o abbiano ancora una funzione, il lavoro di Deller ricorda a tutti che i Paesi hanno ancora una loro storia e un proprio carattere.

Tanto assertivo del carattere nazionale è il padiglione inglese, tanto più Francia e Germania pongono invece la questione dei confini, quelli territoriali e quelli culturali.

Quest’anno, per celebrare i cinquant’anni del trattato dell’Eliseo, le due nazioni si sono scambiate i padiglioni; dopo oltre mille anni di reciproche invasioni territoriali, per la prima volta da Carlo Magno si ricostituisce nelle due prestigiose sedi veneziane uno spazio comune che viene dedicato a sostenere altri Paesi, meno fortunati.

Anri Salà, artista albanese che solo recentemente ha preso la nazionalità francese, rappresenta la Francia e idealmente la nuova immigrazione, mentre per la Germania espongono quattro artisti; Ai Wei Wei, dissidente cinese, Santu Mofokeng, oggi uno dei maggiori artisti e fotografi neri in Sudafrica, Dayanita Singh, fotografa indiana e Romuald Karmakar, nato in Germania da genitori franco-persiani.

Nel padiglione tedesco, nonostante l’internazionalità degli artisti, il tema che ricorre è ancora una volta quello dell’identità e della memoria dei paesi di appartenenza.

Ancora prima di entrare si percepisce la forza della faraonica installazione di Ai Wei Wei, composta di vecchi sgabelli di legno che un tempo si trovavano in ogni casa cinese. Era un oggetto da pochi soldi, utilizzato in molti modi, ma diventava uno dei simboli dell’intimità familiare, al punto che venivano lasciati in eredità. Quasi scomparsi all’epoca della rivoluzione culturale di Mao, oggi si trovano nei negozi di antichità. Se da un lato l’opera fa un riferimento diretto alla commercializzazione dei valori di un popolo, dall’altro, l’enorme struttura architettonica richiama la crescita organica e disordinata delle nuove megalopoli; lo smarrimento e la confusione che si provano nell’addentrarsi tra gli stretti passaggi vanno insieme con il senso di precarietà davanti ad una crescita ormai fuori controllo che cannibalizza tradizioni e sentimenti individuali.

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Le fotografie di Santu Mokofeng documentano alcuni paesaggi di cave in Sudafrica, dove durante l’apartheid gli abitanti usavano celebrare i loro rituali, con le rocce segnate da graffiti, nomi e frasi che ne fanno luoghi di memoria collettiva. Le compagnie minerarie che ne sfruttano il sottosuolo hanno chiuso le cave, proibendo ai nativi l’accesso alle tombe, espropriandoli di fatto, non solo di luoghi cultuali ma anche della loro memoria.

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Su una parete una collezione di fotografie tra il 1890 e il 1950 ritrae una piccola borghesia nera che per essere accettata come tale si veste e si atteggia come quella bianca. In un angolo la foto di una donna in costume locale funge da nota pittoresca; la messa in ridicolo della cultura locale diventa uno strumento di colonizzazione dell’immaginario di un popolo, a cui viene tolta anche la possibilità di inventarsi un proprio modo di essere.

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I due video Romuald Karkamar parlano di ideologie violente che oltrepassano i confini nazionali; nel primo scorrono le immagini documentarie dell’incontro internazionale di neonazisti a Berlino l’8  maggio 2005, nel giorno in cui in tutta Europa si festeggiavano sessant’anni di pace.

Nell’altro video un attore, in uno sfondo neutro e con voce priva di enfasi, legge le prediche tenute nel 2000 da un Imam della moschea di Amburgo, frequentata anche da due dei terroristi autori del crollo delle torri gemelle di New York nel 2001. Karkamar mostra il nervo scoperto di uno stato democratico, che si mette a disposizione per sostenere artisti di altre nazioni, ma la cui vulnerabilità, sta proprio in quella sua apertura democratica a tutti, che ne fa anche luogo di propagazione di odio e violenza.

Per Dayanita Singh la questione dell’identità è ancora più profonda. Il suo video insiste sul primo piano di una faccia anziana, che può ricordare la figura di una nonna, ma che invece è quella di un eunuco, Mona. Nella rigida società indiana dove l’individuo è incasellato da casta e famiglia, Mona è un essere umano privato di tutto; vive in un cimitero della Vecchia Delhi, senza una famiglia, un lavoro, una casa, senza nemmeno un’identità sessuale. Abitante – come molti altri in India – di un luogo tra la vita e la morte, con gli occhi che tendono a socchiudersi e lo fanno sembrare in dormiveglia, Mona rappresenta l’angoscia di una vita che non si può concretizzare in nessuna forma, la negazione di ogni sentimento di appartenenza.

Singh

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18. novembre 2013 by contemporary venice
Categories: Arte, Mostre temporanee | Tags: , , , , , , , , , , | Commenti disabilitati su Biennale 2013: ultimi giorni