AI WEIWEI: Artista ed attivista

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Due coinvolgenti installazioni di Ai Weiwei, architetto, artista ed attivista cinese, famoso oltre che per opere come lo stadio di Pechino (insieme ad Herzog & de Meuron) o per Sunflower Seeds alla Tate, anche  per le sue tenaci critiche al governo cinese per le quali nel 2011 è stato incarcerato 81 giorni in una località segreta, sono esposte a Venezia in due eventi collaterali della Biennale organizzati da Zuecca Project Space.

Cosciente che il suo ruolo d’artista gli permette una visibilità con la quale poter incidere nella società, le sue opere sempre più spesso coincidono con l’impegno politico, con una visione umanista secondo la quale anche il gesto del singolo può contribuire ad un costante progresso umano.

In Disposition, nella chiesa di Sant’Antonin, nella levità barocca di marmi, stucchi e tele restaurati da poco, sei austere casse di vetroresina e metallo scurito (alte 1,5 metri e larghe 3,5 metri) che ricordano dei grandi altari o dei sarcofagi, contengono altrettanti diorami che rappresentano scene della sua prigionia, dove ogni gesto della sua limitata quotidianità avviene in presenza di due impassibili guardie; che sia sotto la doccia, seduto al tavolo a mangiare, o sul gabinetto, l’artista oltre che della sua libertà viene privato di ogni intimità.

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Nonostante gli episodi siano inequivocabilmente autobiografici – la figura rappresentata è il suo ritratto e le guardie indossano uniformi cinesi – la spersonalizzazione a cui l’artista è sottoposto, la completa mancanza di pathos nella rappresentazione, la cruda registrazione degli avvenimenti, rendono l’opera una documentazione che va oltre i confini della vicenda personale di Ai Weiwei e può essere riferita ad altri simili modelli di oppressione e repressione utilizzati abitualmente da alcuni governi nei confronti dei dissidenti.

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Ancora più toccante è Straight, un’installazione del 2012 riallestita nel complesso delle Zitelle dove le barre che armavano il cemento della scuola di Sichuan, crollata durante il terremoto del 2008 in cui persero la vita 70 mila persone, di cui oltre 5000 studenti, sono disposte orizzontalmente una accanto all’altra, come fossero delle salme.

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Un video documenta la mobilitazione dell’artista che, subito dopo il terremoto, attraverso il suo blog riunisce un gruppo di volontari per investigare le ragioni del crollo. I risultati rivelano la pessima qualità della costruzione e dei materiali degli edifici pubblici, ed in particolare come proprio le barre d’armatura fossero troppo sottili per tenere insieme il cemento.

Anche in questo caso l’opera parla soprattutto attraverso l’episodio che denuncia. Se le barre stese sul terreno possono ricordare alcune opere degli anni Sessanta-Settanta, è invece agghiacciante associare il loro spessore insufficiente a ciò che dovrebbe essere il dovere di uno Stato, quello di tutelare e proteggere i suoi cittadini più giovani.
Ancora più agghiacciante è ricordare l’analogia con il terremoto del Molise del 2002, quando l’unico edificio a crollare fu la scuola di San Giuliano di Puglia: 27 bambini e una maestra morti, e nessun Ai Weiwei a ricordarli con un gesto pubblico di tale impatto emotivo.

Le opere di Ai Weiwei sono radicate nella cultura e nel presente della Cina, ma per me l’artista pone questioni che pur avendo un contesto ed un luogo preciso, rivelano meccanismi umani che si ripetono in altri luoghi, in altri tempi e contro i quali purtroppo sempre troppo pochi sanno metterci la faccia.

Fino al 15 settembre.
Disposition: chiesa di Sant’Antonin
Straight: Giudecca, complesso delle Zittelle

Zueca Project Space

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03. settembre 2013 by contemporary venice
Categories: Arte, Mostre temporanee | Tags: , , , , , , , , | Leave a comment

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