MANET. Ritorno a Venezia

SONY DSC

E’ stata la rilettura critica dell’opera di Manet da parte del presidente del museo d’Orsay di Parigi, Guy Cogeval, l’impulso che ha dato origine alla mostra sul rapporto dell’artista con Venezia e la sua arte.

Nelle tele esposte cronologicamente in nove sale di Palazzo Ducale, accompagnate da capolavori di Tiziano, Antonello, Lotto, Carpaccio e Guardi si riconosce un continuo ritorno nel tempo di Manet all’arte veneziana e italiana, specie a quella del Rinascimento, di cui era rimasto affascinato già da studente quando al Louvre copiava le grandi opere e a cui si appassionò nel corso di tre viaggi in Italia.

Proprio a Venezia Manet s’improvvisò guida turistica per i suoi amici, portandoli nei luoghi d’arte e provando così la sua profonda conoscenza della città e della sua storia.

La mostra di Palazzo Ducale, nel progetto di Guy Cogeval e Gabriella Belli, comincia senza mezzi termini. Già nella prima sala, tra documenti e fotografie di una Venezia povera e ancora sottomessa all’Austria, si staglia come una promessa la tela con la Colazione sull’erba (Déjeuner sur l’herbe, 1863), citazione e interpretazione del Concerto Campestre di Tiziano (1510, non in mostra), di cui Manet stravolge narrazione, contesto e intento, e dove l’allegoria filosofica dell’armonia universale di Tiziano diventa momento di chiacchiera con la presenza di una muta e forse annoiata prostituta (altro che le colte cortigiane d’epoca rinascimentale!)
Troppo per la società parigina dell’epoca, che ne rimase scandalizzata, e Manet fu costretto a subire uno tra i tanti rifiuti a cui dovrà rassegnarsi negli anni successivi.

SONY DSC

Nella seconda stanza si rimane veramente folgorati; finalmente insieme la Venere di Urbino di Tiziano (1538), che Manet vide e copiò a Firenze, e l’Olympia (1863). Quasi le stesse dimensioni, la stessa posizione della donna reclinata sul letto, ma ci sono più di trecento anni tra l’una e l’altra. Due mondi diversi.

Le molte Veneri di Tiziano, di un erotismo elegante e contenuto, venivano commissionate con lo scopo di ravvivare la vita matrimoniale. Qua e là compaiono quindi oggetti e riferimenti al sacro vincolo riconosciuto dalla morale pubblica; il cane simbolo di fedeltà, le ancelle che frugano nel cassone da sposa, mirto e rose rosse, ancora simboli di amore fedele.

SONY DSC

Nessuna malizia seducente nell’Olympia, di cui si è già detto e scritto tutto: la sua nudità luminosa che s’impone sullo sguardo dello spettatore con sfrontatezza; lo sguardo di lei, indifferente e forse un po’ stanco; i fiori che non sono veri ma stampati; il gatto al posto del cane e per giunta demonicamente nero, così come la serva e lo sfondo. Tutta la luce è sul letto e sul corpo di Olympia; una mano copre il pube con decisione, sull’altra spicca un bracciale d’oro. Tutto ha un prezzo. Venere è languida e forse un po’ indifesa. Olympia sa bene quel che vuole.

Olympia

Basterebbe questo, le due opere una accanto all’altra a giustificare la mostra. Invece nelle sale seguenti si continua con i richiami al paesaggio veneto, con le rappresentazioni del Cristo – anche se qui è il Cristo di Antonello (1475) dal Correr che toglie il fiato -. E riferimenti all’arte italiana Cogeval li trova anche nelle opere più ispaniche di Manet, nella sala che contiene altri due capolavori, come la danzatrice spagnola Lola (1862) il ragazzo che suona il piffero (Le fifre, 1866).

Altri accostamenti tra l’arte veneziana e quella di Manet sono il ritratto di Emile Zola (1868) con quello del Gentiluomo del Lotto (1530), e quello delle tre persone che si affacciano al Balcone (1868-69) con le Dame del Carpaccio (1495), figure sospese a guardare al di là di un possibile orizzonte.

SONY DSC

Unico dipinto di Venezia, il Canal Grande (1874), realizzato durante il suo secondo soggiorno.

Mi piace evidenziare le date dei dipinti, la ricerca di modernità di Manet partiva da un confronto che andava oltre un approccio compositivo. Citava la storia dell’arte per staccarsene e per rimanervi dentro. Una possibile affinità sentimentale viene continuamente negata dalla luce dei colori di Manet; quasi insolenti quelle chiazze di colore puro una accanto all’altra davanti al giusto tono veneziano.

SONY DSC SONY DSC

Mostra che va vista. Non ci si può sottrarre alla constatazione che la modernità nasce spesso da un’operazione di revival-survival, di confronto e superamento di una tradizione più antica che non per questo cessa di far parte del bagaglio visivo e culturale di un artista. Si perde, si lascia, si riprende e si porta avanti.

Manet. Ritorno a Venezia
Palazzo Ducale
24 aprile – 18 agosto 2013

 

 

 

Share

22. maggio 2013 by contemporary venice
Categories: Arte, Mostre temporanee | Tags: , , , , , | Leave a comment