Back to Life in Iraq: Confortin ci rivela il gesto di Al-Kanun

Ultimi due giorni per vedere il progetto di Emanuele Confortin sull’artista cristiano siriaco Matti Al -Kanun nel suggestivo Oratorio di San Ludovico.

La storia di Al-Kanun è stata raccontata da Emanuele Confortin, giornalista free lance e fotoreporter in prima linea sulla tragedia irachena.

Scampato fortunosamente in Iraq prima dell’arrivo di daesh nella sua città e rientrato dopo la disfatta dei guerriglieri, Matti Al-Kanun ha ritrovato le sue tele, con figure proprie della religione cristiana, lacerate e deturpate.

L’artista le ha pazientemente ricucite ma non restaurate secondo i nostri canoni, dove la riparazione non si vede; in questo caso non solo le lacerazioni rimangono visibili come cicatrici ma è proprio il gesto di ricomposizione che diventa metafora di un’auspicata ricomposizione delle varie parti del paese, frantumato da una guerra che dura da lunghissimo tempo.

Le mura sbrecciate dal tempo del piccolo oratorio accolgono senza retorica queste immagini cristiane che hanno subito mutilazioni per opera dell’uomo.

La mostra riesce a emozionare e commuovere; le fotografie di Confortin documentano  il bisogno della popolazione di ritornare a una vita quotidiana nonostante le macerie e la devastazione, mentre le tele di Al-Kanun, spesso ispirate alle opere del Rinascimento italiano, comunicano valori di pace e di speranza come forma di resistenza a ogni tipo di iconoclastia, intolleranza e violenza.

Il progetto è stata reso possibile grazie alla collaborazione di diversi soggetti. Prima di tutto Emanuele Confortin che si è speso per far conoscere la storia di Matti Al-Kanun; Shaul Bassi direttore del Ca’ Foscari Center for Humanities and Social Changes che ne ha riconosciuto il potente messaggio simbolico ed etico e Vittorio e Urbani e Vincenzo Casali dell’associazione culturale Nuova Icona che hanno allestito la mostra nello spazio dell’Oratorio di San Ludovico.

La mostra si chiude il 4 marzo all’Oratorio per riaprire il 16 marzo sull’isola di San Servolo in forma più estesa, con più fotografie e più dipinti, in collaborazione con San Servolo Servizi Metropolitani.

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03. marzo 2018 by contemporary venice
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Il teatro di cittadinanza di Mattia Berto

 

Mattia Berto

In un tardo pomeriggio autunnale bagnato di pioggia, mentre cammino in Strada Nuova vengo attratta da un piccolo crocchio davanti allo storico negozio di tessuti Benevento. Nelle vetrine alcune persone si muovono al ritmo di una musica che sentono attraverso delle cuffie. Non sono dei professionisti; sono uomini e donne, giovani e meno; corpi diversi tra loro che ballano in solitudine, eppure esposti agli sguardi degli altri, suscitando, almeno in me, un vago sentimento da voyeur.

Quando entro, vengo quasi investita da una torma di ragazzine con la macchina fotografica che mi paparazzano, atteggiandosi, però, come se le dive fossero loro.
Mi sento confusa: sono la guardona o la preda?
Le protagoniste sono loro o sono io?
In quel momento arriva un personaggio con un megafono che si spaccia per l’imbonitore dello spettacolo dal titolo Corpi in saldo. Si tratta di Mattia Berto, giovane attore e regista veneziano, autore, insieme alla fotografa Giorgia Chinellato di una serie di performance ambientate nelle botteghe storiche della città, accolte con grande favore dai veneziani.

Il progetto Teatro in bottega, racconta Mattia, nasce come reazione allo spopolamento del centro storico, alla chiusura dei negozi tradizionali, luoghi dalla storia quasi millenaria che hanno sempre favorito gli incontri tra le persone. “Sento molto questo periodo di crisi del pensiero e dell’economia che però cerco di elaborare in modo positivo. Il mio “teatro in bottega” è come un campanello d’allarme che avverte della scomparsa di luoghi di aggregazione sociale. A me piace mettere attenzione sui luoghi del fare, che sono anche i luoghi dove le persone s’incontrano, costruiscono relazioni.”

Giorgia Chinellato e Mattia Berto

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11. gennaio 2018 by contemporary venice
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I giardini di Venezia: orti urbani e giardini di palazzo – Die Gärten von Venedig

L’orto del convento francescano del Redentore, sull’isola della Giudecca. Foto Norbert Heyl, www.norbertheyl.com

Finalmente lo scorso ottobre è uscito il libro sui giardini di Venezia (Die Gärten von Venedig,

pubblicato in Germania da Herbig Verlag) a cui ho lavorato per oltre un anno insieme al fotografo Norbert Heyl, mio compagno di viaggio in molte avventure editoriali.
Se si contano anche le aiole coltivate, a Venezia ci sono circa cinquecento spazi verdi. Accanto ai giardini di alcuni alberghi e di istituzioni culturali come le fondazioni Cini, Querini Stampalia o Guggenheim dove intervengono paesaggisti, architetti ed artisti, ci sono centinaia di veneziani che con amore e pervicacia si prendono cura di balconi e terrazze, aiole pubbliche e corti nascoste. La loro tenacia si manifesta prima di tutto contro il clima, specie l’umidità estiva che soffoca i giardini, quasi tutti circondati da alte mura secondo un’antica tradizione mediterranea. C’è poi la questione dell’acqua alta e quando si può, si cerca di rialzare il terreno. Il trasporto in barca di piante, vasi e terra è più costoso che in una città di terraferma. E a volte capita che i vostri vasi fioriti davanti alla porta diano fastidio a un vicino, tanto da farlo chiamare i vigili urbani che a loro volta vi fanno una bella multa salata.
Nonostante tutte queste difficoltà molti veneziani continuano imperterriti a dedicarsi al verde.

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22. dicembre 2017 by contemporary venice
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Flavio Favelli: Univers, negozio metafisico

In fondo a via Garibaldi, tra Arsenale e Giardini, dove in questi giorni di vernice stampa della Biennale si accalcano migliaia di persone, c’è un negozio che passa inosservato e che invece è un’installazione di Flavio Favelli, uno dei maggiori artisti italiani.

Nell’epoca in cui le vetrine devono festosamente comunicare i propri prodotti, questo negozio dichiara un riserbo passato di moda. Pochi gli oggetti esposti e non immediatamente riconoscibili: bottigliette che contengono una moneta e lattine schiacciate – sono opere di Favelli (su cui bisognerebbe scrivere un blog a parte).

Entrando, per prima cosa vedo sei sedie di legno bianco, messe in cerchio come una raggiera, che creano uno punto luminoso nell’ambiente altrimenti piuttosto scuro. Segue, sul lato destro del negozio, un lungo banco vendita e di fronte una panca di legno, simile a un banco di chiesa. L’ambiente è composto da parti di mobili antichi che evocano uno spazio solenne e mi ricordano gli interni di case borghesi e severe della prima metà del Novecento, ma più di tutto, l’interno di una chiesa.

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12. maggio 2017 by contemporary venice
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Damien Hirst a Venezia

Lion Women of Asit Mayor, Punta della Dogana

Dopo dieci anni Damien Hirst torna con una serie di nuove opere nei prestigiosi spazi della Fondazione Pinault a Punta delle Dogana e Palazzo Grassi.

Dall’inaugurazione dello scorso 9 aprile sono già stati pubblicati decine di articoli su quotidiani e riviste internazionali, un primo risultato di questa mostra roboante e imperdibile.

Già le dimensioni coraggiose di alcuni pezzi trascinano lo spettatore in un ambiente spettacolare, rafforzato dall’uso di materiali preziosi, dai metalli come oro e argento, alle pietre, rubini, smeraldi, perle, alle pietre, graniti, malachite, agata bianca, giada, marmo di Carrara.

Hathor, Palazzo Grassi

A legare insieme con un filo narrativo gli strabilianti oggetti ci sarebbe una leggenda: il naufragio nel I o II secolo di una nave, il cui nome era Apistos (Incredibile), carica di tesori e appartenente a un liberto, tale Amostan, che viene ritrovata nel 2008. Il recupero dell’antica collezione è documentato da diverse fotografie e video subacquei.

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13. aprile 2017 by contemporary venice
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Venezia città della Riforma protestante

Ritratto di Martin Lutero a Palazzo Pisani, ora Conservatorio Marcello.

In occasione del Giubileo luterano Venezia è stata dichiarata Città della Riforma protestante.

Sono passati cinquecento anni dal coraggioso atto di Martin Lutero, che nel 1517 rese pubbliche 95 tesi a contestare la validità delle indulgenze per la remissione dei peccati che la Chiesa di Roma vendeva con profitto. Un mercato di cui lo spendaccione Leone X aveva un gran bisogno, oltretutto per restaurare San Pietro.

Non era ancora una protesta contro l’intera Chiesa di Roma, tanto meno era una scissione.

Solo qualche anno dopo, le inconciliabili posizioni tra la Chiesa di Roma e i Riformatori sancirono la divisione dell’unità cristiana e condussero a sciagure che durarono centinaia di anni prima di raggiungere l’attuale rapporto di dialogo.

Che ha a che fare tutto questo con Venezia e perché le è stato conferito il titolo di Citta della Riforma insieme a Vienna, Tallinn, Ginevra, Berlino, Praga e Strasburgo?

C’è stato un momento, nella prima metà del Cinquecento, quando molti riformatori credevano che la Repubblica potesse concedere libertà di fede. Erano speranze audaci e troppo in anticipo sui tempi.

La Serenissima era sì una repubblica anticlericale e convinta assertrice del proprio giurisdizionalismo, soprattutto per salvaguardare i suoi traffici internazionali, ma era, senza dubbio, una Repubblica cattolicissima, che combatteva in prima linea contro l’Impero ottomano e si considerava baluardo della Cristianità.

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27. febbraio 2017 by contemporary venice
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Sigmar Polke a Palazzo Grassi

Polke, Indigo, 1986

Sigmar Polke, Indigo, 1986

Dopo le due grandi retrospettive, quella del 2013 a Grenoble e quella del 2014-15 organizzata in collaborazione dalla Tate di Londra, dal Moma di NY e dal Ludwig Museum di Colonia, anche a Venezia è finalmente possibile scoprire l’opera di Sigmar Polke (1941-2010) uno dei maggiori artisti tedeschi del dopoguerra.

La fondazione Pinault presenta una splendida mostra monografica con novanta opere che attraversano interamente l’attività pittorica dell’artista e che mette in evidenza, in particolare, la potenza del suo colore e un interesse costante per la storia e per la società contemporanea.

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09. giugno 2016 by contemporary venice
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Miti al femminile a Palazzo Fortuny.

Brooks Luisa Casati

Romaine Brooks, La Marchesa Luisa Casati, 1920 Foto Credit: Fondazione Musei Civici Venezia

A Palazzo Fortuny una mostra celebra quattro donne che hanno attraversato il Novecento con la loro arte, il loro modo di sentire, la loro personale visione della bellezza.
Sono due pittrici, Romaine Brooks (1877- 1970) e Ida Barbarigo (1925); una creatrice di moda e di tessuti, Henriette Nigrin (1877-1965); una fotografa, Sarah Moon (1941).

L’esposizione è percorsa da relazioni e corrispondenze che oltrepassano la semplice dicitura di una mostra sulla creatività femminile e lasciano intuire, invece, un filo conduttore che lega in modo sottile le quattro artiste.

Fortuny + Japanese

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10. marzo 2016 by contemporary venice
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L’albero della vita di Céleste Boursier-Mougenot

Céleste Boursier-Mougenot, rêvolutions , Pavillon Français, Biennale de Venise, mai 2015. © Photos-Laurent Lecat

La Francia è in guerra. E noi con lei. Mi chiedo però che tipo di guerra possa essere questa contro degli adolescenti indottrinati che non hanno misura di quello che sia la morte, che non sanno cosa voglia dire darla agli altri o morire essi stessi. Che parametri possa avere una guerra contro famiglie disposte a imbottire i loro bambini di esplosivo e farli saltare nei mercati.

Alla logica e al linguaggio della guerra e della morte, io oppongo qui il linguaggio dell’arte, e proprio quello di Céleste Boursier-Mougenot al padiglione francese della Biennale

Nel piccolo piazzale tra i padiglioni di Francia, Gran Bretagna e Germania ci sono due alberi che si muovono. Un altro è dentro al padiglione, dove è stato tolto il tetto per mantenere il più possibile lo stesso clima che c’è all’esterno.

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17. novembre 2015 by contemporary venice
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Biennale: il mondo allo specchio nell’età dell’ansia di Enwezor.

Adrian Piper, The Probable Trust Registry: The Rules of the Game #1–3

Nonostante la Biennale di Okwui Enwezor non sia certo facile, l’ultima settimana è affollatissima, con migliaia di visitatori in coda e a ben ragione.
Non è una mostra da perdere.

Dimenticate il rapimento estatico dell’arte, le sue potenzialità riparatrici o la possibilità di fuga dal male del mondo. E’ invece proprio al centro dei mali del mondo che Enwezor ha voluto portarci, scegliendo opere che parlano di diritti negati, di guerre, della disperazione dei migranti, di politiche predatorie, di razzismo. Nelle sale, opera dopo opera si viene rimbalzati da un dramma all’altro, in un percorso che obbliga anche i più renitenti ad una presa di coscienza dei problemi che affliggono la nostra società.

Già davanti all’ingresso del padiglione centrale ai Giardini, le bandiere nere di Oscar Murillo, cortine che si devono necessariamente oltrepassare, segnalano che si sta per entrare in un territorio pericoloso, senza più confini certi, né luoghi in cui poter trovare rifugio.

Oscar Murillo, signalling devices now in bastard territory

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16. novembre 2015 by contemporary venice
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